BOLLETTINO

NAPOLI

Stabilimento Tipografico Guglielmo Genovese Pallonetto S. Chiara 22 1957

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:

BOLLETTINO

BELLA

SOCIETÀ DEI NATURALISTI

I1V NAPOLI

VOLUME L X V - 1956

NAPOLI

Stabilimento Tipografico Guglielmo Genovese Pallonetto S. Chiara 22 1957

50&. 4 5

£.67$:

V.G5-47 fi |Ì-5^

Relazione sull’esame dell’acqua di un pozzo artesiano esistente nell’ interno del nuovo palazzo del Banco di Napoli, a Via Roma (Napoli)

Nota dei soci DIANA LAMBERTINI e VINCENZA SCORZA (Tornata del 24 febbraio 1956)

Entro il perimetro del grande palazzo che ospita la Sede centrale del Banco di Napoli esiste un pozzo artesiano perforato nel 1939 e a tutt’oggi funzionante per fornire acqua agli impianti igienici ed a quelli di riscaldamento e di condizionamento dell’aria.

Nell’ambito delle indagini che si vengono da tempo svolgendo in questo Istituto intorno alla idrografia del sottosuolo della città di Napoli, abbiamo Voluto inserire l’esame dell’acqua del pozzo su detto, allo scopo, specialmente, di confermare i particolari carat¬ teri di composizione dell’acqua della falda artesiana che scorre sotto l’imbasatura tufacea nella parte centrale della città di Napoli (1).

Il pozzo fu perforato dalla Società Balsamo di Roma nel 1939 e la trivellazione raggiunse la quota di mt. 131,6 dal piano di cam¬ pagna, che a sua volta è situato a mt. 24,70 s.l.m.

La falda acquifera è stata ritrovata a mt. 127 dal piano di cam¬ pagna. L’acqua saliente fino a mt. 17 è aspirata da una pompa di 8 HP (prevalenza 46 mt.). La portata del pozzo è notevole: 35-40 m1 * 3/h.

Per qualche periodo dell’ultima guerra l’acqua su detta venne anche fornita alla popolazione per uso potabile, sebbene a rigo¬ re non risponda dal punto di vista chimico ai requisiti di potabilità.

Il 28/12/1955 ci siamo recate nella sede del Banco di Napoli ed abbiamo proceduto al campionamento ed ai rilievi d’uso.

Riportiamo qui di seguito i risultati delle determinazioni eseguite sia sul posto sia in laboratorio; riportiamo inoltre nella fig. 1 le in¬ dicazioni delle stratificazioni attraversate nella trivellazione.

(1) Meo F.» Relazione sull’esame dell’acqua di un pozzo trivellato durante gli

scavi di fondazione dei nuovi fabbricati nelle adiacenze della chiesa dei Fiorentini ,

in Napoli. Boll, Soc. Naturalisti in Napoli, voi. LXI. Napoli, 1952.

4

Piano di posa deila capria

o giallo 'py^al ternato (\0-con strati V///Z pomici

pozzola na

1,90

±,2Q

'0°/ii lapillo

pozzolana

arenaria

9,55

: sabbia

: grossa

13,20

a. 0 pozzolana o °ooe lapillo

19,00

sabbia * ; *e lapillo

21,70

31,10

t ufo giallo

rfyifarg illa

wmi

■4 - 66,00

Fig.

o o o o o

o o o o

O O o O O

m

66,00

tufo

verde

:Z/,piperno

verde

81,80

85,20

67,00

89,00

’csabbiae lapillo * f?&, - 91,60

^■^liarg i Ila

T ^rrdJ .

^r'rwmis ta a

brecce

<?T

W&o

Jéj‘

IS

- 104,90

è^torba e brecce

sabbia 106‘50 argillosa - 109,90

r%?Ìy.V?

sabbia

tìSjrVvì grossa ’&;ìlx: compatta

119,30

£g&°rg.,“a 720,60 fèfi-sab bia grossa om patta

724,00

.^1^-125,80

.*ìw* arg i Ila

—130,00

:*.v* lapillo e sabbione

^^———.13160

5

L’acqua è perfettamente limpida, incolora ed insapora.

TABELLA n. 1.

Valutazioni chimiche diverse

1) - Residuo fìsso a 110° C . . . 0,5286 gr/litr©

2) - » » 180° C . 3,6090 » »

3) - Idrogeno solforato (H2S) . assente

4) - Ammoniaca (NH3) ........ tracce

5) - Nitriti (N203) . tracce

6) - Nitrati (N205) . 0,0578 gr/litr»

7) - Ossigeno consumato in soluzione acida (Kiibel) 0,00001 » »

8) - Durezza totale (idrotimetrica) . Francesi

9) - » permanente ...... »

10) - )> temporanea » . »

11) - Alcalinità (CaC03) . 0,2240 gr/litr©

12) - Anidride carbonica aggressiva (C02) .... assente

TABELLA n. 2.

Determinazioni chimico-fisiche

1) - Temperatura dell’acqua alla sorgente (28 11/1955, ore 12). 14° C.

2) - Temperatura esterna (28/11/1955, ore 12) . 13° C.

3) - PH . . . . 7,2

TABELLA n. 3.

Gas disciolti

(in un litro d’acqua alla temperatura della sorgente e ridotti a e 760 mm Hg)

2,74 cc/litro 2,47 » »

15,98 » »

1) - Anidride carbonica (C02)

2) - Ossigeno (02) ....

3) - Azoto (N2) .

21,19 cc/litro

6

TABELLA n. 4. Composizione analitica

1) -

Titolo di silice (Si02) .

0,0276 gr/litro

2) -

»

» sesquiossido di ferro (Fe203) . . .

0,0017 »

»

3) -

»

d tetrossido di manganese (Mn304) .

assente

4) -

»

» calce (CaO) .

0,0295 gr

/litro

5) -

»

» magnesia (MgO) .

0,0026 »

»

6) -

»

» ossido di sodio (Na20) .

0,2118 »

»

7) -

»

» ossido di potassio (K20) ....

0,0409 »

»

8) -

»

» anidride solforica (S03) .

0,0380 »

»

9) -

»

» anidride carbonica semicombinata

(C02) .

0,0984 »

»

10) -

»

» anidride nitrica (N205) .

0,0578 »

»

11) -

»

» cloruri (Cl) .

0,0830 »

»

12) -

»

» fluoruri (F) .

0,0040 »

»

TABELLA n. 5.

Rappresentazione dei risultati analitici

COMPONENTI

t|ONI)

gr/litro

MILLIMOLl/

LITRO

millivalenze/litro

CATIONI

ANIONI

Ca++

0,0211

0,5260

1,052

Mg++

0,0016

0,0655

0,131

Fe++

0,0012

0,0225

0,043

Na+

0,1572

6,8330

6,833

K+

0,0340

0,8710

0,871

8,930

hco3

0,2734

4,4800

4,480

ci¬

0,0830

2,3410

2,341

mo¬

0,0664

1,0710

1,071

so r -

0,0457

0,4395

0,879

8,771

7

Mg ++ . Fé**

Ca+ +

1 Na +

K +

H C03'

CI"

NO,”

sor

Fig. 2

L’acqua contiene calcio e magnesio in piccola quantità ed esclusi¬ vamente sotto forma di bicarbonati (durezza permanente Fr.). La mineralizzazione è dovuta prevalentemente a cloruri e bicarbonati al¬ calini. È stata anche rilevata la presenza di nitrati in quantità non abituali.

Analoga composizione si è trovata nelle acque provenienti dai poz¬ zi ubicati nelle seguenti località:

Chiesa dei Fiorentini (1)

Porta di Massa (2)

Officina del Gas (3)

(Via Stella polare, 38) Stabilimento Soc. IMAM (3 (Corso Malta, 30) Stabilimento Soc. FICE (3) (Via Arenacela, 232)

quota di falda: mt. 118 » » » mt. 92

» » » mt. 92

» » » mt. 70

» » » mt. 130

dal piano di campagna

»

»

»

Tale composizione caratterizza quindi l’intera falda artesiana esistente a quote diverse sotto la parte centrale della città di Napoli, al di sotto dello spesso strato di tufo.

Dato che le acque della zona orientale (4) sono molto più forte¬ mente mineralizzate, viene avvalorata l’ipotesi che le falde della zona centrale siano alimentate quasi esclusivamente dalle acque meteoriche filtranti attraverso il tufo delle vicine colline flegree.

Napoli, Istituto di Chimica Industriale dell’Università.

(1) Meo F., I. c.

(2) Rebuffat O., Sulle acque del sottosuolo di Napoli. Atti R. Istituto di In¬ coraggiamento, voi. 78, Napoli, 1926.

(3) Lambertini D., Scorza V., Le acque delle falde sotterranee nella zona in¬ dustriale sud-orientale della città di Napoli. Bollettino Soc. dei Naturalisti in Na¬ poli, voi. 64. Napoli, 1955.

(4) Lambertini D., Scorza V., I. c.

La «Grotta Nove Casedde» in provincia di Taranto

Nota del socio PIETRO PARENZAN (Tornata del 30 marzo 1956)

Da Martina Franca (m. 431 s.m.), interessante cittadina angioina a 14 km. da Taranto, per tutta la zona che con un percorso di una decina di chilometri porta alla cc Grotta Nove Casedde », sono sparsi i caratteristici cc trulli », le primitive abitazioni, le cc casedde » da pre¬ sepio, in una suggestiva e verde conca carsica sforacchiata da caverne e voragini. Arcadia di un mondo che fa pensare al regno delle fate, al¬ le fantasie di Walt Disney, sfila lungo la strada fino a raggiungere il diapason dell’incanto nel centro di Alberobello. Fra i mille candidi cc trulli », cc le vecchie filano e i bambini sembrano aspettare Bianca- neve e i sette nani, di ritorno a casa dai boschi vicini ».

Non è fuori luogo questo fantasioso spunto a preambolo di una relazione speleologica. L’ambiente in cui le grotte si aprono è questo, ed io stesso, prima di scendere nella cc Grotta Nove Casedde », fui ospitato per i necessari preparativi e per indossare l’abbigliamento speleologico, appunto in un cc trullo », quello della Masseria Conserva Piccola di proprietà del signor Alessandro Motoles'e, occupato dalla famiglia del colono Scialpi.

Nell’entrare per la prima volta in un trullo, così candido e lindo da sembrare appena lavato, spazzolato e lucidato fin nei recessi più reconditi, provai un’impressione strana: un gradevole tuffo nel pas¬ sato, in un mondo sereno e buono ben diverso da quello che si stende fuori del triangolo dei trulli limitato fra le città di Taranto, Bari e Brindisi.

Geologicamente la località rientra in quelle che il De Giorgi (1922) descrisse come decima zona, cioè la parte occidentale della Penisola Salentina, attraversata da NW a SE da tre serie orografiche, la seconda delle quali è una diramazione dei monti di Martina, che passa per Grottaglie e termina fra S. Marzano e Fragagnano. Su una base di calcare compatto ippuritico che sostiene tutta la serie collinare, ri¬ posa lo « zuppigno », che è un calcare sabbioso tufaceo, ricoperto da

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argille turchine la cui analisi rivelò il 30% di carbonato di calcio, il 2% di carbonato di magnesio e il 2,3% di cloruro di sodio, ciò che spiega la salinità delle acque dei pozzi di questa contrada; tant’è vero che spesso i nativi devono ricorrere all’acqua dei minuscoli la- ghetti permanenti della grotta in parola.

Emerge però qua e il calcare compatto cretaceo che forma tutte le Murgie salentine. È un calcare bianco (o grigio o rossastro) ricchissimo di Rudiste (Ippuriti, Radioliti, Sferuliti, ecc.) tipiche dei piani superiori del Cretaceo. Le ondulazioni dell’altipiano fra Ce- glie e Martina determinano una serie di avvallamenti nei quali si aprono le « vore », o « capoventi », i pozzi assorbenti che inghiottono e disperdono le acque piovane nelle fratture e nelle caverne scavate nel calcare. Una di queste è quella nota come cc Grotta Nove Cased- de », oggetto della presente relazione.

L’esplorazione è stata la prima della neocostituita cc Sezione Spe¬ leologica Ionica » del Centro Speleol. Merid., sezione che opera sotto l’egita dell’Ente Prov. Turismo di Taranto. La Sezione è affidata alla direzione del Consigliere Comunale Sig. Vincenzo Saracino, che prese parte all’esplorazione del 4 marzo. Collaborarono all’impresa il Prof, Semeraro, assessore di Martina Franca, l’ottimo comandante dei vi¬ gili di M.F. Sig. G. Montanaro, il sig. Nicola Carbotti che è stato ot¬ tima guida, oltre ad alcuni altri giovani.

A un centinaio di metri dal menzionato cc trullo », si apre la grot¬ ta. L’ingresso appare come una bocca che guarda verso l’alto, gros¬ solanamente triangolare, col lato maggiore di 10 metri. L’altitudine è di circa 350 m.s.m.

Ad un angolo di questa apertura orizzontale, dalla quale fuorie¬ scono i rami più alti di un fico selvatico creseiuto sul cocuzzolo del cono di franamento che si eleva dal fondo dell’imponente antro sot¬ tostante, si notano alcuni gradini naturali; ma è necessario calare qui una scaletta di legno, di 5-6 metri, per scendere sulla sommità del predetto cono. Appena qui giunti, si ha l’impressione della va¬ stità dell’antro, il cui diametro maggiore è di circa 45 m.

Il cono di frana è come un monte di macigni, di rocce in parte levigate e scure, in parte scivolose per un rivestimento feltroso o pa- tinoso di muschi, di alghe e di epatiche, piantine che nella parte più elevata del cono, ove la luce giunge più forte, forma rivestimenti verdi anche soffici, di muschi frondosi dalla tipica struttura antricola.

Alle pareti della bocca d’entrata, spiccano qua e là, fra i feltri

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briofitici e le colonie di epatiche, radi cespi di felci ( Asplenium tri- chomanes , Ceterach officinarum ), e fra le rocce della parte superiore del cono notai poche piante di Lingua cervina (Scolo pendrium sp ,) e di rachitiche edere.

Ma questo cono detritico è solo in parte rivestito di pietre di caduta più recente sciolte; in parte maggiore è composto di grossi macigni di caduta antica, già fissati dalle formazioni stalagmitiche, le quali formano, nelle parti basali del cono, dei gruppi stalagmitici ben sviluppati, con colonnine alte anche alcuni metri, e monconi stalagmitici scuri, tozzi e bassi, che rendono scomoda la discesa. Nugoli di pipistrelli (del gen. Rhinolophus ) svolazzano spauriti uscen¬ do dal cavernone più profondo.

L’inizio del cavernone chiamato « Sala del Caos », è un po’ sotto il livello del fondo dell’antro di accesso, e bisogna quindi scendere con cautela il piccolo dislivello che però è accidentato e scivoloso. Questa soglia è larga una decina di metri, ed inoltrandosi si ha sulla sinistra imponenti colonne stalammitiche, alte 5-6 o più metri, for¬ manti un sistema di colonnati che si spinge verso est a formare la pa¬ rete settentrionale di un allargamento della caverna.

Scesi alla base di questo imponente sistema colonnare (chiamato per la sua bellezza cc II Tempio »), somigliante ad un complesso di enormi canne d’organo, bisogna salire una difficile rampa di 5-6 m., coll’aiuto di una corda, per raggiungere un pianerottolo che, come ad imbuto, si addentra per cinque metri (con la volta soprastante di circa 7 m.); in fondo a questo cunicolo pensile, attraverso una specie di porta non più larga di un uomo, formata dalle laterali co¬ lonne solcate, ci si affaccia su un minuscolo laghetto di acqua lim¬ pida, lungo circa due metri e largo uno, profondo alcuni decimetri. I nativi assicurano che prelevando l’acqua in questo bacino, si ri¬ porta subito allo stesso livello costante. Non ho potuto fare pescate planctoniche in questo laghetto; non ho notato però organismi visibili (come antìpodi o copepodi relativamente vistosi). Ricordo che un altro laghetto, un po’ più ampio (4 m.) e profondo circa un metro, giace in altro cunicolo.

Ridiscesi al piano del cavernone, percorrendo la parete rocciosa si nota che essa delimita, come un cornicione concrezionato, ricco di stalattiti piccole, bianche, piene o fistolose, con eccentrici ed elictiti nelle fessure della roccia, un solco sottoroccia che si spinge, verso sud, in una fossa che si continua in un breve cunicolo, di otto metri, alla

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cui parete occidentale un’apertura, dimezzata da ima colonnina sta- lammitica, lascia a stento passare un uomo, che può infilarsi con la testa aiutato da altri esploratori. Questo cunicolo, che si interna per circa quattro metri, termina con un’apertura che si affaccia su una cavità più ampia (forse su un forte dislivello), ma la ristrettezza è tale che non consente di spingere la testa e lo sguardo sufficiente- mente in avanti per poter vedere l’eventuale proseguimento della caverna.

Dalla parte opposta del cavernone, cioè lungo la parete occi¬ dentale, subito dopo la discesa dall’Antro d’entrata, una breve gal¬ leria immette in una sala ingombra di macigni, molto umida e sci¬ volosa, priva di concrezioni estetiche.

Notai subito delle chiazze bianche, blocchi rocciosi bianchi e viscidi, per passare sui quali era facile scivolare perchè, con mia sorpresa, si rivelarono di consistenza caseosa, molle. Osservando me¬ glio qualche campione del materiale, constatai trattarsi del fenomeno che i tedeschi chiamano cc mondmilch », cioè « latte di luna », detto anche « latte di monte ». Ma qui il fatto è veramente eccezionale: non si tratta di lievi colate di consistenza molle, di rivestimenti di pic¬ cole zone rocciose, com’è noto per altre caverne. Qui si trovnao veri blocchi di roccia che al tatto risultano molli, delle masse bianche o paglierine che sembrano pezzi di ricotta!

Si tratta di un interessante fenomeno, e precisamente del tra¬ passo del calcare cretaceo a fosfato, sotto l’azione di particolari fat¬ tori. Questa sostanza bianca pastosa, trovata la prima volta in certe caverne in quantità piccole, in colate, in strati di rivestimento di concrezioni, è stata chiamata col poetico nome cc latte di luna »; gli inglesi lo chiamarono per conseguenza cc moon milk » e cc moun¬ tain milk », ed anche cc rock-meal ». Ritenuta come calcite colloidale, come una massa di calcite caseiforme, una forma granulare micro-cri* stallina, è chiamata anche agarico minerale e farina fossile. Vari stu¬ diosi si affannarono per conoscere la vera natura ed origine di questa sostanza minerale cavernicola molle, e lo Zìrkel la definì una me¬ scolanza microcristallina di aragonite e di calcite gessosa con un po’ di materia organica. Il Trompé emise l’ipotesi che si tratti dello stato finale dell’evoluzione di un’idrocalcite. Non è da escludere, in tale fenomeno, l’ingerenza di particolari batteri. Comunque, recente¬ mente il Prof. Lazzari ha riscontrato il fenomeno in una sala della grotta cc Zinzulusa », sulla costa di Terra d’Otranto, ed il Dott. Mi-

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liieri, dell’Ist. di Geologia dell’Università di Napoli, che ha stu¬ diato il materiale, ha stabilito che il fenomeno si inserisce nel ci¬ elo geochimico del fosforo, e subordinatamente dell’azoto, in natura, nel senso che « se una parte di quell’elemento viene sottratta al¬ meno temporaneamente durante la deposizione del guano, che in un primo tempo, per azione biochimica, risulta assai ricco di fosfati e nitrati, in un secondo tempo l’elemento viene rimesso in ciclo per ef¬ fetto della solubilizzazione dei sali di cui è fondamentalmente costi¬ tuito (monetite, struvite, stercorite). Tali soluzioni esercitano quindi notevole azione metasomatica su rocce sedimentarie calcaree ».

Si tratta quindi della trasformazione del calcare cretaceo in fo¬ sfato. Ma comunque, i fattori e la genesi di tale fenomeno potrebbero presentare delle varianti, ed i materiali raccolti nella Grotta Nove Casedde è ora in studio all’Ist. di Geologia. Ho creduto quindi di indicare il cavernone col nome di cc Sala del Latte di Monte ».

Riprendendo la marcia lungo l’asse principale della caverna, il cui piano si mantiene sempre su un’inclinazione media, in discesa* di una trentina di gradi, si incontra, spostata verso sinistra (cioè ver¬ so oriente), una grossa stalammite composta, del diametro approssi¬ mativo alla base di quattro metri. Il fondo della grotta però è estre¬ mamente accidentato, letteralmente sconvolto da qualche antico cata¬ clisma tellurico; deve esser stato una stupenda selva di colonne, per¬ chè si notano un’infinità di grossi frammenti, colonne anche di note¬ vole diametro, abbattute, spezzettate, ammassate, confuse con maci¬ gni irregolari e pietre minori, in parte ancora sciolte, ma in parte maggiore già fissati, concrezionati, in blocchi rivestiti di una patina viscida quindi scivolosi, e riccamente sormontati da stalammiti na¬ scenti per lo stillicidio attuale: chiazze bianche, lattee, levigate, sta¬ lammiti di pochi centimetri di altezza, a sommità piatta, mammel- lonare o con fossetta centrale irregolare. Dove più sgocciola l’acqua, o scorre giù per i dirupi, si formano piccole formazioni a cascatella, piccole creste, formazioni nastriformi, stalattiti fistolose e tenui ec¬ centrici, concrezioni che contrastano, se osservate da vicino (altri¬ menti sfuggono alla vista), con la imponenza delle immense stalattiti e stalammiti spezzate ed abbattute. Ho notato un enorme segmento di colonna, staccato con nette fratture dal pezzo superiore e dal mon¬ cone inferiore, ma tutt’ora in posto, che volendo si potrebbe far pre¬ cipitare. Esso costituisce un pericolo per il visitatore, ma dimostra

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anche che la grotta ha subito qualche scrollatura più recente, che non ha consentito ancora il rinsaldamento del pezzo.

La « Sala del Caos », come è stato denominato questo cavernone, ha uno sviluppo di una quarantina di metri; quindi, un restringi¬ mento la separa in certo modo dal cavernone successivo, l’ultimo, che si sviluppa per altri venti metri con una larghezza massima di ven¬ to tto.

Anche qui il solito caos, il disordinato affastellamento di colonne rotte e cadute, di macigni, di pietrame. La parete orientale si presenta come un muraglione ed anche qui, come nella sala precedente, da questo lato una depressione introduce in un cunicolo di 4-5 metri.

Altra analogia è costituita dal promontorio, diremo così, che se¬ para i due cavernoni: anche questo presenta le enormi colonne, di imponente bellezza.

Tutta la caverna, ad eccezione della diramazione indicata col nome di cc Sala del Latte di Monte », è ingombra di stalammiti pic¬ cole e grandi, specialmente ammirabili lungo il lato occidentale, ma in gran parte non rimarcabili per il caotico disordine dei macigni che ingombrano tutta la superficie, e che rende estremamente diffi¬ cile e pericoloso il procedere degli uomini.

L’ultima sala è stata chiamata cc Sala De Giorgi ». Questo scien¬ ziato, nel suo volume intitolato «: Descrizione geologica e idrogra¬ fica della Provincia di Lecce » (Lecce, 1922), a pagina 187 scrive:

« Cavità sotterranee esistono pure nelle colline di Ceglie, di Mar¬ tina, di Grottaglie, di Mottola. Vi è quindi una grande rassomiglianza tra questa regione e quella dell’Istria dove le grotte furono esplorate e studiate da audaci speleologi e da valenti naturalisti. Le nostre grotte attendono ancora lo studioso che voglia occuparsene ed esplorarle; e tanto più io me l’auguro perchè più di una di esse fu dimora ai tro¬ gloditi preistorici, come lo fu certamente nel medio evo agli eremiti venuti dall’oriente nel tempo della persecuzione iconoclasta ».

È più che giusto quindi rendere omaggio al primo che si augurò che si compissero tali esplorazioni nella regione di Martina Franca, e ciò facciamo in occasione della prima esplorazione della Sezione Spe¬ leologica Jonica da me istituita in Taranto, dedicando il cavernone più profondo al nome del Prof. Cosimo De Giorgi,

Dal punto di vista biologico la grotta non ha rivelato una fauna abbondante: qualche isopodo, alcuni molluschi ( Myalinia nitida MÙLL. e Clausilia bidens L.; det. Piersanti), aracnidi ed un miria-

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podo nell’antro d’ingresso, qualche collemboìo e molti chirotteri ( Khinolophus ferrumequinum ferroeq. Schjr., det. Toschi ); dai fram¬ menti scheletrici trovati risulta la presenza pure del Myotis myotis Borkh. (det. Pasa). Nella parti più profonde sono stati raccolti un esemplare di miriapodo diplopodo, del gruppo dei Glomeridi (in studio, Manfredi), parecchi aracnidi (in studio, Dresco, Parigi), un dittero foride identificato dallo Schmitz in Megaselia ( Megaselia ) brevicostalis Wood (femm.), alcuni collemboli ed un microlepidottero che il Fiori riconobbe appartenere alla fam. Monopidae , gen. Mono- pis ; date le condizioni dell’esemplare non è stata possibile l’identifica¬ zione precisa; si ricorda che una Monopis (M. lombardica Her.) vive nelle grotte e la sua larva nel guano. La parte maggiore delle specie riconosciute sono nuove per le grotte dell’Italia meridionale. Fino ad oggi nulla o quasi era noto sulla biologia della grotta in parola, come pure delle altre grotte della stessa località tarentina. Lo Chap- PUis (1938), trattando i microcrostacei delle acque di alcune caverne e sorgenti pugliesi, non fa alcun cenno su materiali delle acque di que¬ ste grotte ,e neppure PANELLI nella sua nota sulle conoscenze biospe¬ leologiche delle aree carsiche pugliesi (1951); nemmeno il Ruffo, che nel suo recentissimo lavoro sulla fauna cavernicola pugliese (1955) fa una scrupolosissima revisione di tutto quanto si conosce sulla spe- leobiologia regionale. In considerazione dell’alto interesse dei re¬ perti relativi alle grotte del versante opposto della penisola salentina (sull’Adriatico), è da attendersi, dall’esplorazione delle grotte della provincia di Taranto, risultati scientifici cospicui, particolarmente dal punto di vista paleobiogeografico.

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La stratigrafia del Nuovo Rione Carità (Napoli)

Nota del socio ANTONIO SCHERILLO (con 5 figure)

(Tornata del 30 marzo 1956)

La ricostruzione del Rione Carità in Napoli ha permesso di os¬ servare la stratigrafia della zona compresa tra Via S. Giacomo degli Spagnoli. Via Medina, Via S. Tommaso d’Aquino. Via Roma. L’am¬ piezza e il numero delle sezioni geologiche messe in evidenza hanno reso possibile la raccolta di una quantità di dati quali è raro ottene¬ re in una zona che, come questa, non solo si trova nel centro della città, ma è urbana da molti secoli. Questi dati integrano quelli rica¬ vati dalie sezioni, assai meno numerose, apèrte negli scorsi anni per i lavori stradali lungo Via Roma e Via S. Teresa degli Scalzi.

Il sottosuolo di Via Medina non ha mostrato che formazioni ri- maneggiate; invece in tutti gli altri punti prevalgono, e in modo net¬ to, le formazioni in posto. Contrariamente alPopinione diffusa fra i tecnici si tratta, in gran prevalenza, di prodotti del cc terzo periodo flegreo », colla serie completa fra Agnano e Astroni, non del tutto identica, ma corrispondente in modo quasi perfetto a quella del Vo- mero-Arenella.

Poiché per comprendere la stratigrafia occorre che le varie se¬ zioni siano il più possibile coordinate e non considerate isolatamente, come purtroppo si è fatto e si continua a fare, comincio coll’illustrare una sezione, attualmente in vista, all’incrocio della Salita Arenella con Via Salvator Rosa. Lo scopo di questa illustrazione è il collega¬ mento delle formazioni di Agnano (che sono quelle che appaiono nel¬ la sezione) quali si osservano al Vomere- Arenella con le corrispon¬ denti formazioni del Rione Carità. Nella fig. 1, riporto appunto la stratigrafia della sezione. Per le lettere e la nomenclatura impiegata rimando ai miei precedenti lavori ( bibl . Il) (1).

(1) Per « formazione » intendo una serie di prodotti che non sono separati tra loro da forti discordanze, se non localmente, da ampie fasce di humus. Forti discordanze e ampie fasce di humus separano invece generalmente le formazioni

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Fig. 1

B) (transizione tra il e il periodo).

Pozzolana giallo grigiastra (m. 1,50 di potenza visibile).

tra loro. Una formazione dovrebbe comprendere i prodotti di uno stesso vulcano, ma questo non è sempre possibile in teoria, in quanto diversi vulcani potrebbero esser stati contemporaneamente attivi, in pratica, in quanto due vulcani po¬ trebbero essersi seguiti colla loro attività in breve intervallo di tempo, e tale è

2

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Terzo periodo antico.

C) (Agnano).

a) « Pomici principali ». Comprendono: pozzolana giallo grigia (m. 0,50); pomici cz (0.50); pozzolana (0,10); pomici (0,25); poz¬ zolana (0,10); pomici p" (0,10); pozzolana (0,10); pomici fi'" (0,10); pozzolana (0,15); pomici y (0,30); pozzolana (0,10); pomici c (0,40); pozzolana (0,15); pomici £ con un’ultima fascia di pomici roseo vio¬ lacee, invece che bianco resee (0,30); pozzolana (0,50).

b ) « Pozzolane medio inferiori ». Queste pozzolane rappre¬ sentano termini vari, talora separati da straterelli di humus. Nella sezione della fìg. 1 si hanno: pozzolane giallastre fini con due stra¬ terelli di lapillo (0,50); pozzolane giallo grigie (0,50); due straterelli di humus con interposto uno strato di pozzolana grigia (0,10).

c) « Pomici intermedie ». Comprendono: pozzolana grigiastra (0,10); pomici (0,10); pozzolana giallo grigia (0,30).

d ) « Pozzolane medio superiori ». Anche queste rappresentano termini varii, talora separati da straterelli di humus. Qui si hanno: pozzolana grigia giallastra chiara (0,30); pozzolana grigiastra (0,30).

e) « Seconde pomici ». Sono formate da: pozzolane chiare, fi¬ nissime, giallo grigie (0,10); pomici (0,40); pozzolane, in parte ero¬ se (0,10-0,20).

/) « Lapillo nero ». Comprende: pozzolane e lapillo in stra¬ terelli sottili, incoerenti . (0,40); pomici (0,20); tre strati di lapillo nero, l’ultimo frammisto a pozzolana (0,60); pozzolana marrone, in parte erosa (0,50 in media).

appunto il caso di Cigliano e Astroni. Questo dovrebbe anche essere il caso di Agnano e della Solfatara, ma poiché, sebbene di rado, i prodotti di quest’ultima sono ben differenziati da quelli di Agnano e raggiungono un’entità non trascura¬ bile, ho preferito raggruppare in una distinta formazione i prodotti della Solfa¬ tara. Indico le formazioni con lettere maiuscole: C (Agnano), D (Solfatara), F (Cigliano - Astroni).

Come « termini » intendo suddivisioni nell’ambito di una stessa formazione distinte da discordanze, in genere, non forti o da esili fasce di humus. Indico i termini con lettere minuscole, ma spesso, per comodità indico i termini con una denominazione che ne ricorda il prodotto più caratteristico, o il colore a l’aspetto che presentano al Yomero - Arenella la cui stratigrafia ho assunto come tipo. Queste denominazioni le chiuse tra virgolette: p.es. «pomici principali», « pozzolane variegate », « pozzolane grigie ».

In qualche caso però, quando si ha una serie di termini poco potenti e irre¬ golari, ho preferito riunirli in un termine unico, quali p.es. le « pozzolane me¬ dio inferiori ».

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Terzo periodo intermedio.

E) Sabbie, quindi pozzolana marrone (0,50-0,70); fascia di la- pillo grigio lapillone ») (0,20); pozzolana marrone (0,50), che sfu¬ ma in humus avana, quindi terreno di riporto (pochi dm.) e piano di campagna.

Come si vede in questa sezione la formazione E è stata in parte asportata. Può esser meglio studiata lungo Viale Michelangelo al Vo- mero in una sezione che riporto nella fig. 2. Credo utile illustrare tale sezione perchè finora la stratigrafia che avevo dato per la forma¬ zione E era piuttosto generica.

La stratigrafia è la seguente:

1) Sabbia grigia

2) pozzolana marrone -j (m. 0,30 circa)

3) « lapillone » (0,20) ^

4) pozzolana marrone ^

(0,50) che sfuma in 5) g

5) humus violaceo (0,20) 2

6) fascia giallastra (0,20) 4

7) pozzolana humificata

marrone violacea che sfuma in Fig 2

humus violaceo (in complesso

m. 0,50) con un accenno a una fascia più chiara a circa m. 0,30.

Segue il « terzo periodo recente ».

Le formazioni di quest’ultimo periodo sono state illustrate in miei lavori precedenti ( bibl . II, VII), non solo per il Vomero, ma anche il Rione Materdei e tali descrizioni possono servire di base per comprendere la stratigrafia del Rione Carità.

Premetto che nell’area del rione, si ha, in direzione nord-sud, cioè lungo Via Roma, una leggerissima pendenza verso sud, mentre in quella est-ovest la stratificazione è pressoché orizzontale. Poiché però da est a ovest, cioè da Via Medina a Via Roma, il piano stradale è in leggera salita, lungo questa direttrice nelle sezioni compaiono pro¬ gressivamente formazioni sempre più recenti, mentre scompaiono le più antiche.

Come ho detto, nel sottosuolo di Via Medina si sono incontrati so¬ lo terreni di riporto. Le formazioni in posto cominciano però pochi metri oltre la sede stradale e qui compaiono le formazioni più anti¬ che, cioè la serie completa di Agnano. Lungo Via Nuovi Guantai co¬ mincia a comparire anche la formazione E e più in su, cioè in cor-

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rispondenza con Via Roberto Bracco, di fianco al grattacielo della SME, la serie messa in evidenza era costituita dalla formazione E e dal terzo periodo recente. Tale situazione continua anche lungo Via Roma dove però quest’ultimo è spesso rimaneggiato.

Le fig. 3 e 4 illustrano la serie completa colle relative attribuzio¬ ni che, tenendo presenti le sezioni descritte in questo e nei prece¬ denti lavori ( hibl . II, VI, VII), non hanno bisogno di giustificazione.

La fig. 3 riproduce la stratigrafia tra Via Medina e Via Nuovi Guantai.

B ) (transizione tra e periodo).

Pozzolana giallo, grigia (m. 0,50 di potenza visibile). Humus (?)

Terzo periodo antico.

C) (Agnano).

a) « Pomici principali »: pozzolana giallo grigia (0,50); pomi¬ ci a (0,20-0,40); pozzolana (0,10); pomici g' (0,10); pozzolana (0,10); pomici 0" (0,15); pomici {J"' (0,05); pozzolana (0,10); pomici y (0,30); pomici B (due strati, cm. 0,50); pomici s, con un ultimo strato di po¬ mici roseo violaceo (0,30); pozzolane giallo grigie (0,90).

b) ce Pozzolane medio inferiori » (comprendono forse anche una parte dell’ultimo strato di pozzolana del termine precedente): poz¬ zolane giallo grigie (0,80) con uno straterello di lapillo alla base.

c) ce Pomici intermedie » : pomici (0,10); pozzolana giallo gri¬ gia (0,40), che termina con uno straterello ricco di pomici.

d) «Pozzolane medio superiori»: pozzolana gialìina (0,40); uno straterello di pomici e pozzolana grigia (0,50).

e) (( Seconde pomici » : pomici (una grande fascia con una fa¬ scia più piccola alla base (0,50); pozzolana, superiormente con stra- terelli di lapilli (0,80).

Discordanza con lenti di sabbie e lapilli.

/) «Lapillo nero»: lapillo nero stratificato (0,10); pomici (0,20); lapillo nero stratificato (0,20); pozzolana e lapillo stratifica¬ to (0,80); tre strati di lapillo di diversa potenza (il più potente è il superiore) alternati a due strati di pozzolana chiara (0,50); pozzolana e lapillo stratificato (0,50) .

Erosione 2).

(2) La suddivisione nei termini proposti è avvalorata dal fatto che di fianco al nuovo palazzo della Banca d’Italia tra i prodotti di Agnano si interpongono al

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Fig. 3

D (?)] (Solfatara).

Pozzolana giallo-grigia rimaneggiata, con lenti di sabbie inter¬ poste (potenza varia: m. 1-2).

La fig. 4 si riferisce alla stratigrafia tra Via Nuovi Guantai e Via

limite dei termini lenti e banchi di sabbia i quali testimoniano che i varii ter¬ mini venivano in parte erosi prima che si deponesse il successivo.

IO 1

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Roma, ma in realtà la fig. 4 deve intendersi come la continuazione della fig. 3.

Terzo periodo intermedio.

E) Sabbia e quindi pozzolana marrone (m. 1 circa); pozzolana

Fig. 4

humificata marrone violacea con interposte due fasce gialline poco accentuate (m. 1,50-2): grande fascia gialla (0,20); pozzolana humi¬ ficata violacea e, sopra, marrone (0,70-0,50).

Terzo periodo recente.

F) (Astroni).

b ) «Pozzolane variegate»: pozzolana giallastra in parte hu¬ mificata (0,40) Humus violaceo.

d) «Pozzolane grigie»: pozzolane grigie e giallastre (0,30) Humus violaceo.

e) « Pomici superiori »: pomici e pozzolane interstratificate (di solito prevalgono le pozzolane) (0,40); pomici A (0,30): pozzo¬ lane interposte (0,05); pomici B (0,30).

Seguono le ultime pozzolane frammiste a terreno di riporto. In

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totale si ha una potenza di circa m. 15, dei quali 2 appartengono alle formazioni di Astroni, 3,50 al cc terzo periodo intermedio », 9,50 cir¬ ca alle formazioni di Agnano. Spesso però la potenza di queste ulti¬ me è alquanto minore, perchè, in seguito alle erosioni, lo strato di pomici delle « seconde pomici » viene direttamente ricoperto dai

primi strati del cc lapillo nero e questi, alla loro volta, dalla forma¬ zione E.

Per mostrare come talora il rimaneggiamento possa alterare lo schema precedente riproduco nella fìg. 5 una sezione messa in vista lungo Via Roma in corrispondenza del demolito Ponte di Tappia, che interessa le formazioni E e F; quest’ultima rimaneggiala.

Questa è la successione del basso in alto.

E) Pozzolane e lenti di sabbia, quindi: pozzolana marrone (0,70) pozzolana marrone più chiara (0,20) fascia violacea (0,15)

fascia giallastra appena accennata e pozzolana marrone (0,30) fascia giallastra (0,15) humus violaceo (0,30) grande fascia gialla (0,20)

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humus violaceo (0,60)

pozzolana humificata marrone (0,10)

F) Pozzolana humificata marrone chiaro (0,70) Si tratta delle cc pozzolane variegate » humus violaceo

lente di pozzolana rimaneggiata e lapillo caotico (0,30 circa) humus violaceo

pozzolana grigio chiara rimaneggiata con accenno a lenti di poz¬ zolane gialline (m. 1 al massimo). Tutte queste pozzolane rimaneg¬ giate corrispondono alle cc pozzolane grigie »

pozzolana grigio giallastra (0,30), fascia di pomici (0,30. Si trat¬ ta della parte più bassa delle cc pomici superiori » terreno di riporto e piano di campagna.

Le attribuzioni proposte per i termini di F sono confermate dal fatto che col proseguire dello scavo, queste gradualmente sono passate al tipico aspetto rappresentato nella fig. 4.

Talora sono rimaneggiate e frammiste ad humus le pomici A e B. Questo caso si verificava nella sezione alla base del palazzo della S.M.E. in corrispondenza alTimbocco dell’attuale via Roberto Brac¬ co ( bibl . VI); qui alle pomici con humus si sovrappongono formazio¬ ni posteriori.

Credo di poter confermare che gli strati di pomici messi spesso in evidenza negli scavi degli scorsi anni lungo Via Roma, da S. Fer¬ dinando a Piazza Carità, in Via S. Maria a Costantinopoli, al Museo Nazionale e nei pressi del ponte della Sanità (bibl. VI, VII) apparten¬ gono alle pomici A e B, sia in posto che rimaneggiate.

Le sottostanti pozzolane grige e talora anche gialline, delimi¬ tate da fasce di humus violaceo devono essere di preferenza attribuite alle « pozzolane grigie » (F d) e, se vi sono anche straterelli di humus interposti, anche alle cc pozzolane gialline » (Fc) e, più di rado, alle « pozzolane variegate » (Fù). Queste ultime però, di solito, sono da riconoscersi in quella fascia di pozzolane gialline o marrone, spesso parzialmente humificate che stanno fra le pozzolane grige e la grande fascia di humus violaceo che chiude la formazione E. (forse l’ultimo straterello di cc pozzolana humificata marrone » corrisponde a Fa)o Tale fascia di pozzolana humificata marrone » precedentemente era stala attribuita ad E, ma la stratigrafia del Rione Carità mi ha indotto a questa diversa interpretazione, perchè in tal modo la serie stratigrafica per le formazioni di Astroni viene a corrispondere perfet-

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tamente a quella del Vomero-Arenella, così come si verifica per le formazioni di Agnano.

In una noia pubblicata su questo periodico il consocio Meo (3) ha, molto opportunamente, resi noti i risultati di una trivellazione pro¬ fonda eseguita nell’area ora occupata dal palazzo S.M.E., insieme colJ’interpretazione dei risultati da parte dei tecnici. Ha avuto così il merito di farci conoscere a quale profondità si trovi e quale poten¬ za raggiunga il tufo e sopratutto come vengano nella pratica classi¬ ficati i prodotti incoerenti.

Dal basso in alto in questa trivellazione si sono incontrate for¬ mazioni così classificate:

da m. - 96,10 a m. - 72,30 (cioè per m. 24 circa): cc pozzolana sabbiosa »

da m. - 72,30 a m. - 67,80 (m. 4,50): cc piperno »

da m. - 67,80 a ni. - 46 (m. 22 circa): cc tufo verde »

da m. - 46 a m. - 14 (m. 32): cc tufo giallo »

da m. - 14 a m. - 5,50 (m. 8,50): cc lapillo e sabbia vulcanica ».

(Si tratta probabilmente dei prodotti incoerenti del secondo perio¬ do. I tecnici spesso indicano le pomici come cc lapillo ») da m. - 4,50 a m. 0: « sabbia »

da m. 0 a m. 5 circa: cc pozzolana ». (Qui si iniziano i prodotti del terzo periodo)

da m. 5 circa a m. 16 (m. 11 circa): cc pozzolana sabbiosa e la- pillo ». (Si tratta dei prodotti di Agnano. Il cc lapillo » corrisponde essenzialmente alle cc pomici principali » e la cc sabbia », oltre che alle lenti di sabbia interposta, anche al cc lapillo nero »).

da m. 16 a m. 23 (m. 7): cc terreno di riporto ». (Si tratta invece delle formazioni D (?). F,F che, solo in parte, sono costituite da for¬ mazioni rimaneggiate, secondo quanto abbiamo veduto precedente- mente)

piano di campagna

(3) Meo F., Relazione sull” esame dell’acqua di un pozzo trivellato durante gli scavi di fondazione dei nuovi fabbricati nelle adiacenze della chiesa dei Fiorentini in Napoli. Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXI, 1952, pp. 3-11.

Per i risultati complessivi delle trivellazioni nella zona napoletana v. : D’Era- SMO G., Studio geologico dei pozzi profondi della Campania. Ibid., voi. XLIII, 1931, pp. 15-143.

Conclusione,

Lo studio della stratigrafia del Rione Carità conduce alle seguenti conclusioni :

1) La statigrafia del Rione Carità corrisponde quasi perfetta¬ mente a quella del Vomero-Arenella.

2) I prodotti messi in vista appartengono quindi essenzialmen¬ te ai prodotti flegrei e, in particolare, al terzo periodo.

3) Tali prodotti sono generalmente in posto, salvo rimaneg¬ giamenti locali.

BIBLIOGRAFIA

Scherillo A. I) Petrografia chimica dei tufi flegrei. I) Il tufo giallo. Rend. Acc. Se. Fis. e Mat. Serie 4a, voi. XVII. Napoli, 1950, pp. 343-356.

II) Petrografia chimica dei tufi flegrei. II) Tufo giallo, mappamonte, pozzo - lana. Ibid. Serie 4a, voi. XXII. Napoli, 1955, pp. 345-370.

Ili) Sulla revisione del foglio « Napoli » della Carta Geologica d’Italia. Boll. Serv. Geol. d’Italia. Voi. LXXV. Roma. 1953, pp. 808-826.

IV) Relazione sul lavoro di revisione del foglio « Napoli » della Carta Geolo¬ gica d’Italia, compiuto nel 1954. Ibid., voi. LXXVI. Roma, 1954, pp. 581-587.

V) La stratigrafia della zona V omero - Arenella (Napoli). Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXIII. Napoli, 1954, pp. 102-112.

VI) Osservazioni stratigrafiche sul sottosuolo di via Roma (Napoli). Ibid., voi. LXIII. Napoli, 1954, pp. 121-122.

VII) Nuove osservazioni sulla stratigrafia della città di Napoli (via Roma, via Pessina, via S. Teresa degli Scalzi). Ibid., voi. LXIV. Napoli, 1955, pp. 93-101.

Il periodo nevoso dei primi mesi del 1956 nei particolari riguardi di Napoli, in rapporto alle influenze terrestre e solari

Nota del socio ESTER ANDREOTTI MAJO

(Tornata del 25 maggio 1956)

Nelle molteplici variabilità climatiche rientra il periodo nevoso dei primi mesi del 1956.

Il susseguirsi di nevicate a Napoli e il prolungarsi del periodo nevoso è stato quindi oggetto di studi particolari e accurate osserva¬ zioni.

Nel presente lavoro riferisco i dati raccolti per ciò che riguarda la distribuzione topografica e cronologica, riferisco sulle cause meteo¬ rologiche e' sull’influenza di cause astronomiche quali particolarmente le macchie e le perturbazioni solari.

In particolare le notizie riportate sono quelle da me rilevate di¬ rettamente e si riferiscono principalmente alle città di Napoli e quelle desunte dall’esame particolareggiato dei Bollettini quotidiani d'in¬ formazioni del Servizio Meteorologico dell' Aeronautica e dai bollet¬ tini radiotrasmessi sullo stato del tempo per tutte le altre località.

2 Febbraio. Negli ultimi giorni di gennaio 1956 la temperatura venne ad abbassarsi via via, mentre un’ondata di freddo veniva ad in¬ vestire l’Europa.

Il giorno 2 febbraio già una fitta nevicata cadeva a Roma. Da circa venti anni il continente europeo non ricordava una temperatura così bassa. In Jugoslavia la temperatura si abbassava sino a meno 23 gradi; a Sjenica (Serbia) una violenta tempesta si abbatteva sull’A¬ driatico con vento sui 130 Km orari. A Vienna, nella notte (la più fredda da 14 anni a questa parte) la temperatura scendeva a 20 gradi sotto zero. La neve veniva cadendo un po’ dovunque.

Nelle montagne della Bosnia e dell’Erzegovina raggiungeva i tre metri.

Nella riviera ligure la neve cominciò a cadere alle 21 del giorno 1 e proseguì più fìtta dalle 23, ricoprendo di bianco tutti i campi di fiori.

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Neve anche in Emilia e in Romagna.

Il giorno 2 febbraio nella zona del lago Patria (1) e sulla via Do- miziana la neve cominciò a fioccare alle ore 11 e continuò, raggiun¬ gendo un’altezza di 20-25 centimetri (2).

A Napoli cominciò a nevicare verso le 13. Nelle zone collinose di Capodimonte, Camaldoli, Vomero, Capodichino raggiunse l’altezza di 2-3 cm. Il traffico rimaneva paralizzato.

9 Febbraio. A Napoli poco prima delle 13 cominciarono a cadere i primi fiocchi di neve. Mentre nella parte alta della città andava ac¬ cumulandosi, nella parte bassa si scioglieva toccando terra. Più tardi cominciò a fioccare più forte e in breve strade, alberi, aiuole, da¬ vanzali, tetti, cupole, tutto divenne bianco.

Il traffico rimase bloccato. L’altezza della neve raggiunse cm. 12 nel centro della città e cm. 30 nelle zone collinose. Aspetti particolar¬ mente pittoreschi assunse lo spiazzale della Stazione Marittima, dove vennero a posarsi moltissimi gabbiani.

Anche sull’isola Capri cominciò a nevicare poco dopo le 12. depositandosi la neve per circa un centimetro o due, per poi discio¬ gliersi verso le 13, al sopraggiungere di pioggia. La cima del M. So- laro però rimase ricoperta di neve alta circa 7-8 centimetri.

Più forte fu la nevicata sull’isola d’Ischia. A Porto d’Ischia l’al¬ tezza misurata fu di 10 cm. Sull’Epomeo l’altezza raggiunta dalla neve fu di oltre 50 cm.

In quasi tutto il Salernitano nevicò intensamente.

10 Febbraio. A Napoli, poco dopo le ore 8, e per circa mezza ora cadde un violento e fitto nevischio che ricoprì il suolo.

13 Febbraio. Durante la notte dal 12 al 13 una nevicata fitta ri¬ copriva il suolo, per cui al mattino la città era tutta bianca. Nella parte bassa l’altezza misurata fu di 5 cm., nella zona alta di 10-12 cm. Rimessosi il tempo col sole cominciò a sciogliersi la neve, ma verso le 13 scoppiò un forte temporale con lampi, tuoni e fitto nevischio che ricoprì il suolo di uno strato ghiacciato. Continuando poi la piog¬ gia nelle vie di maggior traffico questo strato andò sciogliendosi.

La neve durante la notte cadde anche sulle isole d’Ischia e di

(1) Accompagnandomi a mio figlio, appassionato frequentatore di quella zona di caccia.

(2) Il metodo adoperato per la misura dell’altezza della neve sul suolo è quello comunemente usato in Meteorologia e indicato dall’Eredia (Eredia F., Strumenti e osservazioni di Meteorologia. Istituto Agricolo Coloniale Italiano. Firenze, 1916).

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Capri, ricoprendo le parti montuose per cui al mattino apparvero biancheggianti.

In tutte le zone dell’Italia centro-meridionale e insulare imper¬ versò il maltempo e la tormenta di neve per cui molte località del¬ l’Abruzzo e Molise rimasero isolate e successivamente dovettero es¬ sere rifornite dagli elicotteri.

Considerevoli altezze di neve si ebbero nel Fabrianese, sull’ap- pennino reggiano, nell’aversano.

Nevicate intense anche in tutta la Toscana, a Roma, Campobasso, Benevento, Cosenza, Palermo.

15 Febbraio. A Napoli nevicò in mattinata dalle 9 alle 11. L’al¬ tezza raggiunta dalla neve fu di circa 3-4 cm. Dalle 12 alle 16 si ebbe ancora neve per un’altezza totale di cm. 16 e poi vento fortissimo e pioggia.

17 Febbraio. Poco dopo le 20 cominciò a cadere pioggia e nevi¬ schio sulla parte bassa, neve sulla zona di Capodichino, Capodimonte, Camaldòli, Vomero fin quasi alle 23. La neve cadeva turbinosamente per il fortissimo vento che imperversava. L’altezza della neve fu di

7-8 cm.

.

Anche sull’isola d’Ischia la neve cadde intensamente nelle zone elevate.

In tutta Italia imperversava il maltempo. La sera del 17 febbraio cominciò a nevicare ininterrottamente a Roma raggiungendo un’al¬ tezza di parecchi centimetri.

Ad Avellino e in tutta l’Irpinia, per molte ore imperversò una tempesta di neve, raggiungendo un’inconsueta altezza.

18 Febbraio. In dipendenza del maltempo, dalle prime ore si levò nel Golfo una forte mareggiata che maggiormente colpì le coste meridionali dell’isola d’Ischia. Le onde altissime divelsero in più parti la scogliera recentemente gettata in difesa dell’abitato.

19 Febbraio. Alle ore 9 la neve cadde di nuovo nelle zone alte di Napoli e in molte località della Campania. A Napoli centro la neve andò sciogliendosi presto a causa delle strade già bagnate.

27 Febbraio. A Napoli si ebbe alle ore 15 caduta di neve fusa.

Sulle Puglie venivano segnalati violenti nubifragi.

5 Marzo. Alle ore 21 a Napoli un fortissimo temporale, con lampi e tuoni.

6 Marzo. Neve sul Vesuvio e temperatura fredda a Napoli.

8-9-10 Marzo. Nuove bufere di neve si abbatterono sull’Abruzzo,

Molise e Alto Sangro. Temperatura fredda a Napoli.

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L’ondata di freddo si era abbattuta dal giorno 8 su tutta la peni¬ sola, apportando in 24 ore una diminuzione di 6-8 gradi. Con la di¬ minuzione della temperatura ricomparve la neve sulle regioni del medio e basso versante adriatico.

11 Marzo. Ritorna il maltempo sulle città con vento e freddo: in tre riprese cade la neve, specialmente sulle colline. In serata il vento di Sud spira a raffiche fortissime, il mare fa tempestoso e la risacca infuria nel golfo e nel porto.

Bufere di neve e violenti temporali nell’Italia Settentrionale, nel¬ l’Abruzzo, Molise e Alto Sangro.

A Roma cadde la neve durante tutto il giorno, smettendo dopo le 22. Lo strato nevoso era alto oltre 10 cm.

Sui Castelli romani l’altezza era di 80 cm.

15 Marzo. Sulla regione abruzzese, molisana e in Capitanata è imperversata una bufera di neve.

19 Marzo. Mentre la temperatura si mantiene fredda in Europa, anche negli Stati Uniti si verifica una tempesta di neve quale non si ricordava da alcuni anni.

Nella zona di New York la neve ha raggiunto quasi l’altezza di mezzo metro.

21 Marzo. In Piemonte la collina torinese si riveste di neve.

5 Aprile. È ripreso a nevicare in Francia, nel Belgio e in Dani¬ marca. Nella regione della Mosella e della Francia orientale la neve è caduta ininterrottamente per diverse ore.

8 Aprile. Un’ondata di freddo ha investito tutto il Napoletano. Nella zona alta della città è caduta nuovamente la neve, la tempera¬ tura dell’aria è scesa a zero gradi.

Sull’altipiano del Matese è nevicato per tutta la giornata e il vento impetuoso ha sradicato alberi d’alto fusto, la temperatura è scesa sotto zero.

In quasi tutta la regione pugliese è caduta la neve.

16 Aprile. Il maltempo imperversa su tutta la regione dell’Alto Adige, sui 2000 metri nevica abbondantemente.

16-17 Aprile. Correnti d’aria calda, provenienti dall’Africa set¬ tentrionale hanno investito nella giornata del 16 e nella notte del 16- 17 l’intero litorale tirrenico, sconvolgendolo con una forte mareggia¬ ta. Nel golfo di Napoli il fortunale ha investito tutte le zone costiere.

18 Aprile. Ancora caduta di neve sulla collina torinese con gran¬ dine e pioggia.

Neve, per oltre mezzo metro, a Cortina d’Ampezzo.

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1 Maggio. Bufere di neve ai passi dolomitici, temperature rigide, oltre i 1200 m. neve sulle cime. Nell’Italia centrale fiumi straripati.

2 Maggio. Al Brennero neve a undici gradi sotto zero. Bufere e neve in Calabria. Neve sull’Etna. A Roma il livello del Tevere sale a circa 12 metri, la campagna romana si è allagata.

Nevicate a Napoli e situazione barica

In sintesi si ebbero a Napoli: nevicate in febbraio nei giorni 2r 9, 10, 13, 15, 17, 19 e 27, poi l’il marzo e l’8 aprile.

Queste nevicate restano inquadrate in una grande perturbazione di ordine generale. Difatti il Bollettino quotidiano d9 informazione del Servizio Meteorologico dell9 Aeronautica dava successivamente per que¬ sto periodo le seguenti situazioni:

29 Gennaio. Fascia di alte pressioni dalla penisola Iberica al¬ l’Europa Nord-orientale. Sull’Italia meridionale, sui Balcani meridio¬ nali e sul Mediterraneo centrale afflusso da NE di masse fredde.

1 Febbraio. La depressione esistente su] medio Tirreno si sposta verso Est, lungo il margine meridionale dell’aria fredda che ha in¬ vasò la maggior parte dell’Europa. Il limite della caduta della ne¬ ve si abbassa sulle regioni meridionali dell’Italia sui 1500 m. La tem¬ peratura diminuisce.

2 Febbraio. Temperatura in generale e forte diminuzione. Af¬ flusso di aria artica dalle regioni danubio-carpatiche. Situazione de¬ pressionaria su tutto il Mediterraneo con minimo sull’Ionio. Possi¬ bilità di cadute di neve sulle regioni settentrionali, centrali e sui ri¬ lievi dell’Italia meridionale.

3 Febbraio. L’Italia è interessata da una depressione sul medio Tirreno entro cui continua ad affluire aria molto fredda , proveniente dai Balcani.

4 Febbraio. Perdura V afflusso di masse fredde di origine artica.

Mentre le condizioni del tempo accennavano ad un miglioramen¬ to si aveva:

7 Febbraio. Ancora infiltrazioni di masse fredde.

8 Febbraio. Una depressione con minimo sull’Egeo in concomi¬ tanza con l’anticiclone centrato sul Benelux convogliano tuttora aria fredda dalle regioni centro-orientali dell’Europa verso l’Italia. La po¬ sizione perciò annunziava precipitazioni nevose.

9 Febbraio. La perturbazione interessa l’arco alpino e si sposta

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velocemente verso S. Peggioramento del tempo. Previsione di preci¬ pitazioni nevose.

10 Febbraio. La depressione interessa l’Italia ed il Mediterraneo. Discontinuità a carattere freddo interessa le regioni settentrionali e successivamente quelle centrali. Vi è affluenza da NE di aria fredda umida.

11 e 12 Febbraio. L’Italia si mantiene entro un’area depressio¬ naria che interessa l’intero bacino del Mediterraneo.

13 Febbraio. L’Italia è interessata da un’area di bassa pressione con circolazione di aria fredda umida. Probabilità di precipitazioni nevose.

14 Febbraio. Perturbazione dalla Francia con moto veloce verso

SSE.

13 Febbraio. Una perturbazione interessa la Sardegna e si muove verso l’Ionio. Un’altra perturbazione sulla Manica e sui Paesi Bassi si muove verso le Alpi.

Previsioni per la Campania: nevicate.

16 Febbraio. Perdura il regime depressionario.

17 Febbraio. L’aria relativamente calda proveniente dall’Atlan¬ tico, contrastando lungo l’Africa settentrionale l’aria di origine ar¬ tica precedentemente affluita, gran perturbazioni che interessano l’I¬ talia centro meridionale. Previsione di precipitazioni nevose.

18 Febbraio. Depressione, con minimo sul Tirreno, provoca il maltempo. Nevica sulle Marche, sugli Abruzzi, sul Lazio, sulle Pu¬ glie.

19 Febbraio. L’Italia è ancora interessata da una vasta area de¬ pressionaria, con minimo sul golfo di Genova. Neve in previsione 20 febbraio. Perdura l’area depressionaria. Neve in Liguria.

21-24 Febbraio. Perdurano depressioni.

25 Febbraio. Un fronte caldo proveniente da SW interessa le re¬ gioni meridionali e centrali.

26-27-28 Febbraio. Una depressione interessante l’Italia ha il suo minimo sul basso Tirreno.

29 Febbraio. Sull’Italia si è stabilito un regime di alte pressioni. Tempo buono sulle regioni centro-meridionali.

In conclusione durante il mese di febbraio la situazione barica è stata tale da determinare un quasi continuo afflusso di aria artica. Analogamente verso l’il Marzo, l’8-16-17-18 Aprile e l’I e 2 Maggio la situazione barica è stata tale da determinare afflusso di area fredda.

Influenza solare

Si può ricercare una influenza di carattere solare, poiché diversi fenomeni meteorologici vengono confrontati con quelli solari.

Fra i principali fenomeni solari quello di cui più comunemente si tiene conto è quello delle macchie solari per ciò che riguarda il loro numero e la loro posizione.

Le macchie che si notano sulla superficie radiante del Sole, sco¬ perte per la prima volta da Galileo, si possono considerare come squarci imbutiformi e profondi della fotosfera, probabilmente vortici.

Il sorgere di una macchia è accompagnato da quello di un’altra sensibile, più o meno simmetrica, all’emisfero opposto, con polarità di senso contrario.

La distribuzione e la frequenza delle macchie risultano variabili. L’attività solare oscilla tra un massimo e un minimo.

L’ultimo massimo si è avuto nel 1946-47, il prossimo massimo si avrà il 1957-58 perciò si è destinato tale periodo per Vanno geo¬ fisico internazionale.

Il ciclo è di circa 11 anni tra massimo e minimo. Il vero ciclo completo è di 22-23 anni anche con sopra periodi.

Le tempeste magnetiche generate dall’enorme campo magnetico delle macchie hanno una grande influenza sui fenomeni della prò- pagazione delle radionde.

Nella II decade di Febbraio era stata notata sul Sole la presenza di grandi macchie alle quali si attribuiva l’influenza sulle condi¬ zioni atomosferiche, nella III decade poi si registrò un notevole au¬ mento delle radiazioni cosmiche provenienti dal Sole. L’Osservatorio di Gree dava notizia di un fenomeno che si sarebbe verificato il 23 Febbraio. Alle ore 4,45 (ora italiana, cioè al levar del Sole) per un periodo di oltre due ore V intensità delle radiazioni del Sole, sarebbe aumentata del doppio. Osservatorio astronomico di Monte Mario che la presenza di macchie solari di straordinaria grandezza erano com¬ parsi, attorno alle aloni luminosissimi detti « brillamenti » ai quali si dovevano i disturbi verificati alle trasmissioni della radio inglese.

Da questi brillamenti, (che si verificano solamente a distanze lunghissime di anni), secondo il professoi Armellini si sprigionano corpuscoli altamente elettrizzati.

Un altro interessante fenomeno ottico si verificava : quello di

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una eccezionale aurora boreale. Il Dottor Elvey (C. T.) geofisico dell’Università dell’ Alaska dichiarava il 26 Febbraio che nel cielo si era stagliato un arco di un rosso puro. Si tratta di un fenomeno in¬ solito che negli ultimi 40 anni è stato osservato solo 4 volte. Il pe¬ riodo eccezionalmente freddo e la presenza di nubi ghiacciate nei cielo di Londra ha dato luogo il Marzo a quel fenomeno ottico detto parelio e protrattosi per circa un’ora nel pomeriggio, cioè due Soli.

Ancora il 14 Marzo il centro di ricerche dell’aviazione americana annunziava che un suo osservatorio nel Nuovo Messico segnalava protuberanze solari che si spostano alla velocità di 1300 Km. al se¬ condo. Queste protuberanze, costituite da masse gassose che si ele¬ vano al disopra della superficie solare, hanno raggiunto notevoli al¬ tezze: una di esse ha raggiunto 48000 Km. vale a dire circa quattro volte il diametro della Terra.

Riassumendo

Il periodo nevoso, riscontrato in particolare sull’Italia Meridio¬ nale riguardo a Napoli, rientra in un periodo di grande perturbazione atmosferica con continuo afflusso di aria artica e in un periodo in cui il Sole ha avuto correlativamente: comparsa di macchie, tem¬ peste magnetiche, emissione di corpuscoli elettrizzati, e ha dato luo¬ go a fenomeni ottici straordinari quali una bellissima e rara aurora in Alaska e al parelio a Londra.

Pioggia rossa

(Pioggia di sabbia sull’ Italia Meridionale)

Comunicazione verbale di ESTER ANDREOTTI MAJO (Tornata del 25 maggio 1956

La presente comunicazione riferisce su un fenomeno recente¬ mente osservato che, per quanto abbia destato meraviglia, pure non è nuovo ed è già stato oggetto di studio: Ja caduta cioè di pioggia rossa o pioggia di sabbia.

L’esatta provenienza di questa pioggia, delta anche dagli antichi pioggia di sangue , a causa del colore rossiccio della sabbia venne da¬ ta oltre un secolo fa, quando, in occasione della grande pioggia del '16-17 maggio 1830, si pensò, per la prima volta, da un indagatore dell’epoca, che: cc quel terriccio fosse stalo trasportato dall’Africa e innalzato dal vento di scirocco ».

Gli studi del Tacchini e del Ricco confemarono pienamente que¬ ste ipotesi, rilevando che il fenomeno si verifica per lo più in prima¬ vera o in autunno, cioè all’epoca delle tempeste equinoziali.

Si ricorda ancora la notevole pioggia sabbiosa del 23-24 e 25 feb¬ braio 1879 che ricoprì di sabbia le strade e le terrazze di diverse lo¬ calità dell’Italia Meridionale, tra cui Napoli. Il cielo era stato offu¬ scato dall’enorme quantità di pulviscolo sospeso nell’aria, poi la pioggia venne giù fangosa.

Il 10-11 marzo 1901 si ebbe una pioggia fangosa notevole per estensione ed intensità. La polvere analizzata dette per 6/10 sabbia silicea, per 2/10 carbonato di calcio e pei 2/10 materie organiche ed argille. Al microscopio si riconobbero granuli di quarzo e frammen¬ ti di esseri organizzati della specie delle djatonee.

In effetti le nubi trasportano il pulviscolo rossiccio di a rigine africana. Tale pulviscolo, sollevato da moti vorticosi nel deserto del Sahara , è poi trasportato da correnti sciroccali a grande distanza ver¬ so nord. Il pulviscolo, giunto nel Mediterraneo, appena le condizioni atmosferiche diventano favorevoli, viene trasportato in basso, e, spes¬ so, si risolve, cadendo assieme alla pioggia.

La pioggia rossa si verificò a Napoli nel marzo ]871, 1R76 e 1881, nel febbraio 1906, nel marzo 1911 e 1916, nell’aprile 1925, nel marzo 1931, nel maggio 1933 e nell’aprile 1934.

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Pioggia Rossa nel 1956

Zona Vesuviana. Il 26 febbraio incombeva cielo plumbeo e nebbioso. Sull’imbrunire si verificò la caduca di pioggia rossa in tut¬ ta la plaga ed in modo più spiccato a Ottaviano.

Zona del Lago Patria. La caduta di pioggia rossa si verificò il 26 febbraio anche nella zona flegrea. Particolarmente nella zona del Lago Patria, dalle 17 alle 17,20 (ora in cui poi cessò la pioggia), sui cristalli delle macchine in sosta, macchine dei cacciatori venuti al lago per l’imposto, si depositarono, con la fitta pioggia, dense gocce fangose di color rossastro.

Sicilia. Il pomeriggio del 23 marzo, dopo una notte di piog¬ gia e di vento impetuoso che investirono a intermittenza tutta la Si¬ cilia, fece seguito la caduta di pioggia di sabbia che il vento di sci¬ rocco, proveniente dall’Africa, sospinse verso le coste dell’isola.

Le zone maggiormente investite risultarono quelle di Siracusa e di Porto Empedocle dove la caduta della sabbia, frammista alla piog¬ gia, fu preceduta dall* apparizione di basse nuvole di color rosso sbiadito.

In proporzioni minori la pioggia rossa cadde anche a Palermo ed a Ragusa.

Le notizie relative alla zona vesuviana c anche quelle relative alla Sicilia vennero ampiamente rilevate da molte persone e dalla stampa, quelle invece della zona del Lago Patria non sarebbero state notate se non mi fossi occasionalmente trovata ferma sul posto, in macchina, rimanendo colpita dall’appannarsi dei vetri, allorché, investiti dalla pioggia, si rivestirono di un sonile strato sabbioso dj color grigio-rossastro.

(*) Mi ero accompagnata a mio figlio, appassionato frequentatore di quella località.

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Prodromi di Tricologia

Nota del socio PIERO PARENZAN

Tornata del 25 maggio 1956)

Più volte la stampa riportò notizie, non sempre esatte, sulla esistenza in Napoli di una « tricoteca », sul conto della quale si cercò di carpire notizie curiose, o di inventarne addirittura. Ad evi¬ tare errate interpretazioni, ho decìso di comunicare alla Società dei Naturalisti alcune notizie in merito.

In realtà, da molti anni andai raccogliendo e non starò qui a dire come è sorta in me l’idea le formazioni tricomiche, tanto che oggi la mia collezione vanta, fra sistemati e da sistemale, quasi duemila tipi diversi: sono tricomi di razze umane, di animali do¬ mestici e selvatici dei vari continenti. Ma l’intento mio, nel fare que¬ sta collezione, non era quello di trovare un passatempo curioso e inutile, bensì quello di ricercare qualcosa di nuovo in una gamma di materiali enormemente vasta, studiando, coll’ausilio del microscopio, le strutture anatomiche e gli aspetti generali dei tricomi non solo per quanto tali osservazioni possano interessare la speculazione scien¬ tifica, ma sopratutto per quanto le stesse possano interessare alcuni settori pratici della vita umana, segnatamente nei campi della bio¬ logia applicata alle industrie, della patologia, della criminologia, del¬ la sociologia.

I progressi della tecnica e della scienza connessi alle nuove aspi¬ razioni della società ed alle imperiose necessità economiche, hanno già tratto, dal materiale che sto trattando, profìcui risultati.

La diagnostica endocrinologica prende in esame il sistema pili¬ fero ricavandone elementi di fondamentale interesse, che da soli riempirebbero molte pagine e giustificherebbero le ricerche in pa¬ rola. Sono interessate specificamente talune affezioni come il mixe- dema, il Morbo di Addison e quello di Simmonds, le disfunzioni ipo- fìsarie. Nel mixedema, p. es. i capelli si fanno corti, fragili, secchi, e, se ondulati, diventano lisci. Ipertiroidismo, tumori surrenali, stati di carenza, sono fatti che influiscono sui tricomi, e lo sviluppo di quelli ascellari e pubici è legato alla eliminazione di 17-chetosteroidi

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neutri, considerati come prodotti del metabolismo delle sostanze an- drogene. Alcune alterazioni tricomiche sono attribuite anche alla ti- reotossicosi ed a disfunzioni epatiche.

La biologia dei tricomi presenta ancora parecchi punti oscuri, per quanto abbiano scritto già nel 1879 il Maehly sull’anatomia e sulla fisiologia della cilia, nel 1891 C. Royer su cc Le systeme pileuv de l’homme et dans la sèrie des mammiferes » (Rev. d’Anthrop.), il V iedersheim nel 1900 sullo sviluppo e le anomalie del sistema pi¬ lifero, il Valenti sulla comparsa di peli in diverse parti del corpo dell’embrione umano, e su svariati argomenti in merito, fra altri, Flemming, Diesing, Gibbes, Bowen, Giovannini, S. Torri, Bloch, Branca, Ebner, Emery, Bonnet, Matsuura, Vòrner ed altri ancora. Devo ricordare che nel 1884 il Waldeyer pubblicò un interessante cc Atlas der menschlichen und thierischer Haare ».

Anche C. Voigt trattò l’argomento e nel 1837 scrisse un notevole saggio: « Abhandlungen iiber die Richtung der Haare », ben oltre un secolo fa, nello stesso anno in cui I’Eschricht nel « Muller’s Ar- chiv » riferì le osservazioni personali in proposito, fissando una ter¬ minologia tutt’ora valida, sui flumina e sui vortex pilorum. Sullo svi¬ luppo numerico e cronologico, e su taluni altri aspetti dei tricomi scrissero il Withof, lo Sappey, il Pruner-Bey, il Broca, il Topinard. I’Hilgendorf, il Bory Saint-Vincent, il Mertschnig, il Riehl, per citarne solo alcuni.

Questa breve citazione bibliografica giova a confermare l’inte¬ resse reale di quanto intendo ribadire con un apporto originale, neH’intento di promuovere l’inquadramento di questi studi in mi complesso sistematico, organico, che corrisponda meglio alle esigen¬ ze della scienza e della vita di oggi. La riuscita in tale intento po¬ trà non essere mia, ed a lunga scadenza, ma io mi sento già pago nell’offrire il presente modesto contributo con la speranza che altri verranno attratti dalle indagini in questione.

Ognuno conosce il valore dell’argomento in criminologia. Non sono rari i casi in cui un reperto pilifero, una perizia, un’indagine com¬ parata su residui anche minimi di tricomi portarono alla soluzione di ardui problemi, a conclusioni inequivocabili della magistratura.

Ecco questo, dopo quello della medicina diagnostica, un altro settore di alto interesse nel quale le esili formazioni anatomiche pos¬ sono avere un peso non indifferente, un valore probativo. si deve trascurare il settore industriale, che nella confezione di pellicce, di feltri, di tessuti vari, impiega migliaia di capi di animali, per cui

non sono rare le richieste di perizie, in caso di contestazioni, di al¬ terazioni, di sostituzioni, di frodi particolari. £ non sono cose di poco conto, se si pensa che in tali questioni sono in gioco milioni e mi¬ lioni di lire. Alcuni tipi di visone vengono venduti al prezzo di quasi 200.000 lire per ogni animale. Venendo a mancare gli animali allo stato selvaggio, si sono incrementati gli alìevamenti. La genetica scientifica, con i vari esperimenti d’incrocio* produsse varietà di alto valore, come la cc lutetia », la « blù aleutine », l’cc antracite », il « blù iride » ed altre. Il Castoro bianco, quello nero, la varietà cc mie¬ le » ed altre, l’Agnellino di Persia (nell’industria cc breitschwanz ») nelle varietà nera e cc macchia d’olio » il Chinchilla (Eryonis lani¬ gera) ed altre amenità da molte migliaia di lire a capo, sono tutte soggette a controllo, a seri studi di genetica; ed anche quando entrano in gioco nelle perizie tutt’ altro che industriati o merceologiche, ma in quelle citate della criminologia, l’orientamento e le conclusioni sa¬ ranno più rapide e precise se avremo prontamente a disposizione i necessari materiali di confronto, classificati, catalogati, direi quasi come in un archivio di impronte digitali.

Ogni struttura, ogni aspetto dei tricomi, oltre che il loro svi¬ luppo, la loro ubicazione anatomo- topografica e la loro disposizione, hanno un particolare interesse. Non vorrò, ad evitare critiche, con¬ siderare in questa relazione addirittura quanto possono rivelare, i tricomi (del capo, p.es.) nel campo della psicologia. Eppure esistono osservazioni molto serie, per quanto ai superficiali potessero sembra¬ re empiriche.

Il colore dei tricomi in generale ha dato luogo a recenti scoperte che portarono ad una nuova teoria enunciata dai genetisti giapponesi dell’Università di Osaka.

I vari pigmenti piliferi sarebbero dovuti ai diversi metalli colle¬ gati con gli enzimi dell’organismo, secondo le leggi mendeliane del¬ l’ereditarietà. Il color giallo è associato al titanio, il rosso al molib¬ deno, il bianco al nichelio, il brunastro composto di blù, verde e marrone sarebbe associato al rame, al cobalto ed al ferro. I giappo¬ nesi giunsero a tali risultati partendo dal fatto che i pigmenti deri¬ vati dal trip tofane sono costituiti di sali metallici. Forte contenuto in ferro e rame è stato rilevato nei capelli delle razze negre.

Studi notevoli sono stati fatti recentemente sulle ipertricosi uma¬ ne, e PAudit ( Presse Méd., 1952) istituì una classifica dell’ipertri- cosi femminile banale basandosi sul contenuto ormonico dell’organi¬ smo e particolarmente sul rapporto andrò geni- estro geni .

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È ovvio che, continuando di questo passo, cioè approfondendo lo studio dei tricomi, che in fin dei conti sia nei regno animale che in quello vegetale hanno una parte quantitativa, qualitativa e fun¬ zionale notevole nella definizione dei tipi esteriori e nel rispecchiare alcune vicende dell’anatomia interna, della patologia, dell’ecologia e delle manifestazioni psichiche addirittura, si sentirà maggiormente il bisogno di disporre, come per ogni altra branca biologica, di un ab¬ bondante materiale di studio e di confronto. Credo con ciò di aver data la dimostrazione dell’interesse effettivo di una « tricoteca », co¬ me la mia che è la prima che mi risulti istituita.

È logico che, nello studio dei tricomi occorre conoscere anche la patologia loro propria, non essendo essi immuni da alterazioni e da affezioni parassitane. Tricoptilosi, tricorressi, cheratosi pilare, tricofizie di varia natura, possono dare ai peli aspetti molto diversi dal normale. La cheratosi pilare bianca o rossa è una affezione che si manifesta in corrispondenza degli orifici ostiofollicolari con la for¬ mazione di una sorta di tappo che costringe ad una atrofia spiralata; questa strana malattia è accompagnata spesso da acrocianosi, eritro- cianosi sopramalleolare, od a ipercheratosi palmare e plantare. Come conseguenza curiosa, dirò che se nel corso di una perizia si scopre l’esistenza, sul posto di un delitto, di peli atrofici attorcigliati, si po¬ trà rivolgere l’attenzione... alle mani, alle piante dei piedi ed alla zona sopramalleolare della persona eventualmente fermata e sospet¬ tata di assassinio. Nella lotta, la vittima avrà fatto «: scattare » tali tricomi anormali sulla pelle dell’assassino strofinata e grattata nella lotta.

Numerose sono le specie fungine che infestano i peli umani, funghi dei generi Ctenomyces, Cephalosporium, Cladosporium,* Acro- stalagmus, Bodinia, Rhinocladium, Trichophyton, Trichosporum. Mycotorula, Microsporum, che determinano le svariate forme di tri¬ cofizie. La tricomicosi palmellina e la moniletrix sono altre malattie proprie dei capelli.

Ma non solo i peli dell’uomo e degli altri mammiferi offrono interesse. Se passiamo agli insetti, dobbiamo tenere in particolar con¬ to i peli delle forme larvali dei lepidotteri, cioè dei bruchi.

Sull’avambraccio degli uomini di campagna si possono trovare delle strisce arrossate, come prodotte da colpi di frusta, che sono invece da attribuire ad una dermatite lineare prodotta dai peli dei bruchi delle processionarie ( Cnethocampa processionea). Varie spe¬ cie di bruchi possiedono dei tricomi dentellati, particolarmente di-

sposti sulla loro faccia ventrale, che secernono sostanze irritanti che provocano sulla pelle umana dei pomfi, rossore e violento prurito, come i peli dell’ortica. Varie fitodermiti sono date dai tricomi di numerosi vegetali fra i quali appunto le urtiche, le borragini ( Bor - rago officinalis ), i verbaschi (V erbascum thapsus ), alcune piante ac¬ quatiche dei generi Potamogeton , Najas , ece. Le reste aculeate della saggina ( Sorghum saccaratum) producono una dermatite acuta erite- mato-erisipelatoide. I tricomi delle foglie di fico possono produrre eruzioni papulose molto pruriginose specialmente in corrispondenza delle superfici di flessione delle dita, e quelli rigidi e gracili della Mucuna pruriens contengono una sostanza oleosa che fuoriesce quan¬ to vengono rotti all’apice, producendo dolore e prurito intensi, ar¬ rossamento e pustoline che possono durare parecchie ore.

Ma anche i tricomi vegetali possono, ovviamente, essere oggetto di perizie nel campo della criminologia, qualora trovati sul posto di un delitto e su determinate persone

Per lo studio dei tricomi bisogna conoscere naturalmente la loro anatomia, che logicamente in questa comunicazione lascio da parte.

Poiché per esaminare bene un tricoma al microscopio è oppor¬ tuno farne un preparato fra vetrini, l’aspetto caratteristico si rivela coH’impregnazione del liquido diafanizzatore impiegato, che procede ed impregna il tricoma a seconda della natura, della consistenza, della struttura intima delle cellule midollari e del rivestimento ester¬ no. Così che, a seconda che la impregnazione avverrà simultaneamen¬ te in tutto il corpo cellulare, o gradualmente da una parte all’altra in senso longitudinale o trasversale, ed a seconda che la diafanizza- zione sarà maggiore o minore al centro od alla periferia od in un settore solo del corpo cellulare o degli strati sovrapposti delle cellule poliedriche, si avranno aspetti talvolta curiosi, che costituiscono una caratteristica distintiva del tricoma in esame. Il pigmento, sospinto dal lattofenolo, può in certi casi dar luogo ad aspetti molto caratte¬ ristici, specifici.

Per le mie indagini ho impiegato appunto il lattofenolo di Amami (Ac. fenico gr. 10, Ac. lattico puro gr. 10, glicerina pura gr. 20, ac¬ qua distillata gr. 10), che agisce utilmente, rischiarando subito lo spessore del tricoma penetrando però lentamente nell’asse centrale, consentendo il rilevamento di aspetti caratteristici.

Tricomi di tipo medio, cioè con asse centrale compatto, ben evi¬ dente, e con cuticola quasi o regolarmente embricata, si notano in animali di gruppi svariati, come ad esempio nei seguenti: Ursus are-

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Los (Orso bruno), Gorilla gina , Felis tigris , Oryx beisa (Antilope ori¬ ce), ecc. Come si vede, gli stessi aspetti sono presenti nei gruppi più disparati, come nei plantigradi, nelle scimmie antropomorfe, nei fe¬ lini, nelle antilopi! Tricomi a superficie perfettamente liscia si tro¬ vano nell’Opossum ( Didelphis virginiana ), nel Canguro ( Macrops gi- ganteus ) n eìVOkapia Johnstoni , nella scimmia brasiliana Ateles pa- niscus, nel Microtus arvalis, nel Tachiorychìes ruddi , nell’ E r inacetì* europaeus. Ma anche in questi casi, i peli più sottili, quelli della la nugo, si presentano più o meno dentellati.

Esistono tricomi elegantemente ondulati, come quelli del Camo¬ scio ( Rupicapra tragus ), peli con parte centrale più sottile che nelle parti prossimale e distale, come ad esempio nella Talpa ( Talpa eu- ropaea ), nel Topolino ( Mus musculus) e, meno, nell’Arvicola ( Mi¬ crotus arvalis ).

I peli più spessi del Coniglio comune e del Camoscio non pre¬ sentano un asse centrale, ma una struttura caratteristica in tutto lo spessore. Quelli del Coniglio sono pieni di cellule rettangolari in più serie longitudinali (da 2 a 4-5, e fino a 7-8). Quelli del Camoscio si presentano completamente ornati di una rete bruna su sfondo bigio.

Anche l’estremità apicale dei tricomi è interessante per la loro identificazione, sebbene ciò possa riguardare un numero ristretto di specie: punte acute, affilatissime, arrotondate, diritte o ritorte, nor¬ mali o sfilacciate, lisce o dentellate fino all’estremità. Punte più o meno sfilacciate si possono trovare nel Capretto, rozzamente tronche nell’Orso polare ( Ursus maritimus ), rigidamente appuntite, come aghi, nell’O/capia Johnstoni , esilissime e filamentose nell’ Opossum ( Didelphis virginiana ), ecc.

Per i caratteri apicali è particolarmente interessante l’africano Orittèropo ( Orycteropus afer). In questo, gli apici normali sono rari; in generale sono irregolarmente bifidi, trifidi, suddivisi a ciuffetto. con suddivisioni secondarie, come si nota nei disegni.

Fra i tipi più strani o maggiormente specifici ricorderò quelli dfel Bradypus tridactylus , delVOkapia Johnstoni , della Myrmecophaga ju- bata , e di alcuni Chirotteri.

I tricomi del Bradipo, grossolani, si presentano in quattro o cin¬ que tipi diversi. I più grossi sono fortemente segmentati, dentellati o speronati unilateralmente o profondamente incisi trasversalmente. Molti si presentano come un complesso di calici ad imbuto, infilati uno dietro l’altro. I peli dell’O/capia si possono paragonare ai pie-

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coli elminti ossiuridi : perfettamente lisci, sono più spessi nella parte centrale (l’inverso di quanto si nota nei vari topi). Il Formichiere americano ( Myrmecophaga ) ha i peli grossolani, irregolarmente strio- lati longitudinalmente, a strie ondulate di pigmento, con screziature scure, brune, giallastre, grigio-verde.

I Chirotteri presentano peli molto vari anche in uno stesso indi¬ viduo; i più caratteristici sono però alcuni tipi propri del Vespertilio murinus, del Plecotus auritus, del Myotis mysiacinus, ma particolar¬ mente quelli del Pipistrellus Kiihli.

I peli del Pipistrellus Kiihli danno l’impressione di essere co¬ stituiti di ciuffetti pigmentati inseriti uno sull’altro, con peduncolo incolore più o meno lungo ed evidente. In alcuni tipi il pigmento è riunito come in lunule o balletti. Nei casi a squamette più divari¬ cate, che col pigmento danno l’impressione di eleganti ciuffetti, un maggiore ingrandimento rivela dei robusti dentelli. Da questa strut¬ tura ben differenziata si passa gradatamente a quella più comune a molti animali, attraverso le seguenti specie: Vespertilio murinus, Pie- co tus auritus, Myotis mystacinus, Myotis oxygnathus, Rhinolophus euryale, Rhinolophus hipposideros; ciò appare con evidenza nei di¬ segni.

Dal punto di vista biologico i chirotteri presentano un caso in¬ teressante di graduale differenziazione della struttura tricomica nelle varie specie, tanto da poter disporle in una regolare successione pro¬ gressiva, da far pensare che corrisponda ad una successione filogene¬ tica. Naturalmente questi rilievi richiedono lo studio accurato di più ampio materiale.

Abbiamo visto che per le caratteristiche specifiche l’importanza maggiore è data dall’asse centrale, che, per l’azione del liquido dia- fanizzatore, assume aspetti ben distinti, con disegni a spirali com- , presse (es. in Cavia, n. 1562 della tricoteca), a scalette (es. Talpa, n. 1615 d. tr., Gatto comune, n. 1558, Peragalla lagotis, n. 34), a taz¬ zine di caffè (come nel caso del Chionomys nivalis, n. 1607 d. tr.), a calici (es. T achiorychtes ruddi, n. 1594 d. tr.), a cilindro regolare e compatto (es. Ursus arctos, n. 47, Felis tigris, n. 45 d. tr.), a cellule cave e ricche di trabecole- (es. Erynaceus, n. 1599 d. tr.), ecc. Il ri- vestimento, o cuticola, o embricatura, assume aspetti che vanno dai ciuffi descritti per i chirotteri (es. Pipistrellus Kiihli, n. 1613 d. tr.), alla dentellatura marcata dell’Opossum (n. 1588 d. tr.), ai solchi pro¬ fondi del Bradipo (n. 32 d. tr.), all’embricatura normale della Pe¬ cora (n. 51 d. tr.), alla superfice liscia dell’Orango (Pithecus satyrus ,

il. 24 d. tr.) e deWOkapia (n. 22 d. ir.). Gli apici piliferi vanno da quelli esilissimi e molli del Coniglio d’ Angora (n. 1560 d. tr.) e del¬ l’Opossum (n. 1588 d. tr.) a quelli acuti e rigidi deìVOkapia, a quelli grossolani deWUrsus maritimus (n. 42 d. tr.), a quelli stranissimi del VOrycteropus afer (n. 33 d. tr.) già descritti.

Le formazioni tricomiche deH’uonio presentano pure varianti ca¬ ratteristiche fra capilli , birci , vibrissae , eco., e gli aspetti strutturali variano anche col variare dei pigmenti, secondo l’evidenza determi¬ nata dall’impregnazione lattofenolica.

Come abbiamo visto, lo studio dei tricomi presenta svariati aspet¬ ti, che abbracciano i settori dell’anatomia, della chimica biologica, della fisiologia, della genetica e della sistematica, per estendersi a quelli applicativi della medicina, della criminologia, di talune in¬ dustrie, ecc. È ovvio pertanto che l’esistenza di una tricoteca può ren¬ dere utili servigi in varie circostanze, e rivelarsi particolarmente pre¬ ziosa nel settore delle indagini criminologiche. Ma la scienza pura trova l’interesse in ogni argomento anche senza la preoccupazione di immediate applicazioni.

I

. Soc. Naturalisti, voi. LXV, 1956,

Parenzan P. Prodromi di T ricolo già

1: Lepus cunìculus 2: Rupicapra tragus 3: Trichecus rosmarus 4 : Pithecus satyrus (Orango) 5: Gorilla gina 6: Bradypus tri - dactylus 7: Myrmeco phaga jubata 8: Tachiorychtes ruddi 9: Orycteropus afer 10: Chionomys nivalis (Topo delle nevi) 11 : Cavia 12 : Procavia Jacksoni 13 : Pìpistrellus Kiihli 14: Ve¬ spertilio murinus 15: Plecotus auritus 16: Myotis mystacinus 17: Myotis oxygnathus 18: Rhinolophus euryale 19: Rhin. hip- posideros 20 : Talpa europea 2 ! : Erynaceus europaeus 22: JJr- sus maritimus 23: Ursus arctos 24: Hippopotamus amphibius

25 : Okapia Johnstoni.

U

.

.

*

Foraminiferi di tin campione di fondo prelevalo all’Am montatura nel Golfo di Napoli

Nota del socio MARIA MONCHARMONT ZEI (Tornata del 26 giugno 1956)

Il 6 giugno 1956 il dr. W. Hapgood, in occasione di una delle pe¬ scate effettuate per la Stazione Zoologica di Napoli, ebbe modo di prelevare nel Golfo di Napoli, in prossimità dell’ Ammonta tura , un campione di fondo marino.

I dati relativi al prelievo sono i seguenti:

Latitudine Nord 40° 44' 30"

Longitudine Est 14° 13' 30"

Profondità m 200

Distanza dalla costa circa Km 6

Temperatura dell’acqua al fondo 13.8-13.9 C°.

Com’è noto, 1 Ammontatimi rappresenta un fondo fangoso da cui prende inizio il più orientale dei due canons sottomarini che attra¬ versano il Golfo di Napoli, con direzione approssimativa NE-SW. Tale incisione, partendo dalla curva batometrica dei 200 m, raggiunge, ad una distanza di circa 20 Km, la profondità di 1000 m.

L’Ammonta tura è già stata oggetto di indagini microfaunistiche da parte di Hofker (1), il quale, vi riconobbe 46 specie (di cui 4 nuove, compresa una varietà) e, giunse a conclusioni di notevole in¬ teresse non solo per la sua teoria del trimorfismo, ma anche per avere precisato che tale fauna deve ritenersi in gran parte quale relitta dal Quaternario freddo. Essa, infatti, sarebbe pervenuta ad una profon¬ dità limitata (che nell’ultima fase glaciale, con un livello marino circa 100 m più basso 'dell’attuale, non doveva essere superiore ai 100 m) risalendo dalle maggiori profondità poste fuori dlel Golfo di Napoli lungo la predetta incisione chiamata Fossa A. Dohrn.

(1) Hofker J. Notizen ueher die Foraminiferen des Golfes von Neapeh III. Die Foraminiferenfauna der Ammontatura. Pubbl. Staz. Zool. Napoli, voi. XII. Na¬ poli, 1932.

46

II campione, gentilmente offertomi in esame (1), è una fanghi¬ glia finemente sabbiosa di colore! grigio, con rarissime pomici chiare del diametro di circa 1 cm. Il sedimento, sottoposto a lavaggio con setaccio da 2500 maglie/cm1 2, ha dato un residuo piuttosto fine costi¬ tuito da materiale organico e da frammenti di vari minerai i in pro¬ porzioni quasi uguali.

La porzione organica del residuo è prevalentemente rappresen¬ tata da Foraminiferi ed in via assai subordinata da Radiolari, spi- eole di Spugne, gusci di Gasteropodi, Lamellibranchi e Pteropodi, ra- dioli di Echini e carapaci di Ostracodi.

Il residuo inorganico è costituito soprattutto da piccoli fram¬ menti, limpidi ed incolori, di feldspati (per lo più sanidino), fram¬ menti verdi di pirosseno (augi te), più rare laminette di mica, fram¬ menti ossidianici e minute pomici arrotondiate.

La microfauna a Foraminiferi si è rivelata assai ricca di specie; i gusci si presentano molto freschi e assai ben conservati. Gli arenacei, però, sono molto delicati e fragili, probabilmente per deficienza di cemento, e si disgregano facilmente. Il materiale agglutinato è preva¬ lentemente di origine vulcanica.

I foraminiferi bentoniti sono risultati, non solo come numero di specie, ma anche come numero di esemplari, di gran lunga più abbondanti di quelli planctonici.

Riporto qui di seguito l’elenco della specie determinate ordinate secondo la classificazione di Cushman.

Fani. Astrokhizidae

Astrorhiza granulosa (Rrady)

Fani. Rhizamminidae

Marsipella elongata Norman

Fani. Saccamminidae

Saccammina sphaerica M. Sars Proteonina difflugiformis (Rradv)

Proteonina fusiformis Wlill.

(1) Ringrazio sentitamente il Direttore della Stazione Zoologica di Napoli per

avermi fornito l’interessante campione.

47

Fam. Keophacidae

Reophax curtus Cush.

Reophax guttifer Brady Reophax scorpiurus Montfort Réophnx suhfusiformis Earland

Fam. Ammodiscidae

Glomospira charoides (Jones e Parker) Lituotuba lituiformis (Brady)

Fam. Lituolidae

T rochamminoides proteus (Karrer) Haplophragmoides subglobósum (G. 0. Sars) Ammobaculites prostomum Hofker

Fam. Textularidae

Spiro pie ctammina wrighti (A. Silvestri)

T extularia agglulinans d’Orb.

Textularia candeiana d’Orb.

Textularia concava (Karrer)

Textularia conica d’Orb.

Textularia gratnen d’Orb.

Textularia sagù tuia Defrance Rigenerimi nodosaria d’Orb.

Fam. Valvulinidae

Clavulina communis (d’Orb.)

Eggerella propinqua (Brady)

I.iebusella rudis (Costa)

Fam. Miliolidae

Quinqueloculina I amar chiana d’Orb. Quinqueloculina longir ostro d’Orb. Quinqueloculina pentagono Giunta Quinqueloculina vulgaris d’Orb. Spiroloculina affixa Terquem Spiroloculina canaliculata d’Orb. Spiroloculina depressa d’Orb.

Spiroloculina excavata d’Orb.

Spiroloculina tennis (Czjzek)

Sigmoilina distorta Phleger e Parker Sigmoilina schlumbergeri A. Silvestri

48

ISummoloculina irregularis (d’Orb.) Triloculina circularis Bomemann Triloculina tricar inala (d’Orb.) Triloculina trigonula (Lmk.)

Pyrgo depressa (d’Orb.)

Pyrgo elongata (d’Orb.)

Pyrgo globosa (Silvestri A.)

Fam. Ophthalmidiidae

Cornuspira carinata (Costa)

Cornuspira involvens Reuss Ophthalmidium inconstans (Brady) Spiro phthalmidium acutimargo (Brady) Wiesnerella au riculata (Egger)

Fani. Lagenidae

Lenticulina gibba (d’Orb.)

Lenticulina peregrina (Schwager) Marginulina glabra (d’Orb.)

Dentalina filiformis (d’Orb.)

Dentalina mucronata Nengeboren Denlalina subsoluta (Cush.) iS odosaria pyrula d’Orb.

Nodosaria raphanus (L.) Lagenonodosaria scalaris (Batsch) Lagena acuticosta Reuss Lagena apiculata (Reuss)

Lagena amphora Reuss Lagena gracillima (Seguenza)

Lagena hispidula Cush.

Lagena laevis (Monta gu)

Lagena staphyllearia (Schwager)

Lagena solcata (Walker e Jacob) Amphicoryne falx (Jones e Parker)

Fam. POLYMORPHINIDAE

Enantiodentalina communis (d’Orb.)

Fam. Nonionidae

Nonion umbilicatulum (W. e J.) Astrononion stelli gerum (d’Orb.)

JSonionella atlantica Cush.

Nonionella turgida (Will.)

Elphidium macella m (Fichte! e Moli) var. aculeatum (Silv . A.)

Fam. Buliminidae

Robertina charlottensis (Cush.)

Pseudobulimina convoluta ( W i . )

Bulimina aculeata d’Orb.

Bulimina costata d’Orb.

Bulimina elongata d’Orb. var. subulata Cush. e Parker Bulimina in fiata Seg.

Bulimina marginata d’Orb.

Uvigerina mediterranea Hofker Tj algerina sp.

V irgulina tennis Seg.

Bolivina alata Seg.

Bolivina striatula Cush.

Bolivina spathulata (Will.)

Bolivina italica Cush.

Bolivina pseudoplicata Heron Alien e Earland Bolivina seminuda Cush.

Bolivina subspinescens Cush.

Loxostomum kart érianum (Bradv)

Fam. Rotaliidae

Spirillina vivipara Ehrenberg Discorbis globularis (d’Orb.)

Discorbis isabelleana (d’Orb.)

Valvulineria bradyana (Fora asini)

Gyroidina soldanii (d’Orb.)

Gyroidina soldanii (d’Orb.) var. umbonata Silv,

Eponides haidingerii (d’Orb.)

Rotalia beccarii (L.)

Ephtomina eie gang d’Orb.

Siphonina reticulata (Czjzek)

Siphonina reticulata (Czjzek) var. plano-convexa Silv. A.

Fam. Cassidulinidae

C assiduiina laevigata d’Orb.

Cassidulina laevigata d’Orb. var. carinata Silv. A.

C as&idulina crossa d’Orb-

50

Cassidulina oblunga Reuss

Fam. Chilostomellidae

Chilostomella ovoidea (Reuss)

Pullenia quinqueloba Reuss Sphaeroidina bulloides (d’Orb.)

f am. Globigerinidae

Globigerina bulloides (d’Orb.)

Globigerina infletta d’Orb.

Orbulina universa d’Orb.

Globigerinoides conglobatus (Brady)

Globigerinoides ruber (d’Orb.)

Globigerinoides trilobus (Reuss)

Globigerinella aequilatera lis Brady

Fam. Globorotaliidae

Globorotalia truncatulinoides (d’Orb.)

Fam. Anomalinidae

Anomalina balthica (Scliroeter)

Cibicides bemeanus (d’Orb.)

In totale sono state determinate 118 specie, distribuite in 64 ge¬ neri e 20 famiglie.

L’esame dell’elenco soprariportato consente di formulare alcune considerazioni con particolare riferimento alla composizione della microfauna ed al significato che deve essere attribuito a taluni com¬ ponenti, tenendo presenti anche gli accertamenti conseguiti da Hofker.

À) È anzitutto da notare una discreta abbondanza di forami- niferi arenacei, rappresentanti ben 26 specie (contro le 18 rinvenute da Hofker), fra le quali più frequenti Saccammina sphaerica , Proteo- nina difflugiformis , Proteonina fusiformis , Reophax scorpiurus , Ha- plophragmoides subglobosum, Textularia agglutinans e Bigenerina nodosaria. Quest’ultima specie è rappresentata da individui bene svi¬ luppati che raggiungono i 2 mm di lunghezza. È qui da rilevale che, ad eccezione di Textularia e di Bigenerina , tutti gli altri generi di ag¬ glutinanti appartenenti alle famiglie Astrorhizidae, Rhizamminidae , baccani minida e, Reophacidae , Ammodiscidae e Lituolidae , stanno ge- aeralmente a caratterizzare acque fredde o profonde (Galloway). In¬ fatti, anche secondo i dati rilevabili da Brady e da Cushman, V ha¬ bitat medio della maggior parte delle specie riscontrate è più prò.

51

fondo di 500 m, con temperature generalmente inferiori ai 10 C°. La loro presenza all’Ammontatura potrebbe quindi sembrare in contra¬ sto con le attuali condizioni ambientali di quel fondale (profondità 200 ni; temperatura 13,8 C°), se non si tenesse conto della interpre¬ tazione data da Hofker alla fauna.

B) Risultano pure abbondanti gli individui appartenenti alle famiglie Buliminidae ( Bulimina aculeata , B. elongata , B. infletta , B. marginata , Uvigerina mediterranea , Bolivina alata , Boi. spathulata ), Anomalinidae (Anomalina balthica ) e Cassidulinidae ( Cassidulina lae- vigata var. carinata e C. crasso), tutti generalmente caratteristici di ac¬ que fredde o profonde. Fra le Buliminidae ha inoltre particolare in¬ teresse la presenza di Loxostomum karrerianum (1 solo esemplare). Tale specie infatti, caratteristica- nel Calabriano, non mi risulta sia stata prima d’ora citata come vivente nel Mediterraneo. È da esclu. dere in modo assoluto che si tratti di materiale rimaneggiato.

C) La famiglia delle Miliolidae , pur offrendo una certa varietà di generi, è rappresentata da individui generalmente piccoli. Le spe¬ cie più frequenti sono Quinqueloculina pentagono , Q. vulgaris e Tri- loculina circularis. È però da segnalare che di fronte alle 5 specie ri¬ portate da ITofker, nel campione qui studiato sono presenti ben 20 specie, fra le quali Pyrgo depressa , P. elongata e P. globosa sono da ritenersi specie abitatrici di acque abbastanza fredde.

D) La famiglia delle Lagenidae conta pochi individui, la mag¬ gior parte dei quali appartengono alla La genonodo saria scalaris ed alla Lenticulina peregrina. Il genere presente con maggior numero di spe¬ cie è Lagena (8 specie), di solito frequenti a tutte le profondità ma in acque piuttosto fredde. A proposito di tale genere ricorderò che esso non risulta rappresentato nella microfauna studiata da Hofker, men. tre per l9 Ammontatimi stessa Buchner (1) cita 12 specie (campione n. 65 del ricco materiale da lui studiato), delle quali solo 3 comuni con quelle da ine rinvenute (L. laevis , L. acuticosta e L. staphyllearia).

Della famiglia mancano comunque quei generi che stanno di solito a rappresentare un habitat temperato caldo.

E) La famiglia Nonionidae (che non risultava dalla lista di Hofker) è presente con pochissimi esemplari, sempre molto piccoli. Purtuttavia è da segnalare il rinvenimento di 3 specie di Nonionella

(1) Buchner P. Die hagenen cles Golfes von Neapel und der marinen Ablage- rungen auf Ischia. Nova Acta Leopoldina, voi. 9. Halle, 1940.

52

fra le quali N. turgida ciie può ragionevolmente assumere significato di habitat freddo. È stato rinvenuto un solo Elphidium.

F ) Le Rotalidae seno specialmente rappresentate da Epistomina elegans, Gyroidina soldanii e Siphonina reticolata. Anche per que¬ sta famiglia è da rilevare una maggiore ricchezza di specie in con¬ fronto del campione di Hofker, che ne cita solo 3.

G) Le Globi gerinidae sono soprattutto rappresentate dal genere Globigerina con prevalenza di Gl. bulloides. Sono anche presenti rari ma grossi esemplari di Orbulina universa.

Riassumendo, si può osservare che nella microfauna studiata man¬ cano quasi del tutto le forme spiccatamente calde, mentre sono par¬ ticolarmente sviluppate lei forme fredde. Infatti rassociazione Buli- minidae, Anomaliniclae , C assidali nidae è soprattutto caratteristica di acque fredde e profonde. È inoltre da segnalare la particolare ab¬ bondanza di Uvigerina mediterranLu e di Anomalina balthica con in¬ dividui ben sviluppati. La presenza di questa ultima specie, che, co¬ me è noto, entrò nel Mediterraneo con l’inizio del Calabriano, fa as¬ sumere alla fauna un aspetto ancor più significativo, anche se, i ri¬ trovamenti allo stato vivente effettuati in questi ultimi anni, dimo¬ strano un notevole adattamento climatico di tale specie.

Da segnalare ancora è la presenza dii Loxostomum karrerianum, non ancora conosciuto vivente nel Mediterraneo e di Gyroidina sol¬ danii var. umbonata recentemente rinvenuta vivente dalla Ruscel¬ li (1) e dalla Giunta (2) nel Mar Ligure.

Ho ritenuto opportuno rendere noti i risultati dello studio di que¬ sto nuovo campione di fondo del Golfo di Napoli, in quanto efesi rap¬ presentano una conferma ed un completamento, con maggior copia di elementi disponibili, di quanto aveva osservato Hofker, e quindi conducono ad una maggiore precisazione del significato da attribuire ai Foraniiniferi dell’Ammontatura. Difatti, confrontando la nuova microfauna con quella già nota, si osserva che vi è corrispondenza solo per una parte delle specie presenti, mentre caratteristica comune ad entrambe è la particolare frequenza delle specie arenacee, deW Uvi¬ gerina mediterranea e d e\Y Anomalina balthica , vale a dire di quegli

(1) Ruscelli M. A. Foraminiferi di due saggi di fondo dei Mar Ligure. Atti Acc. Ligure Se. Leti., voi. VI. Genova, 1949.

(2) Giunta M. Studio delle microfaune contenute in cinque saggi di fondo prelevati presso S. Margherita Ligure e Chiavari. Archivio di Ocean. e Limnol., voi. X. Venezia, 1955.

53

elementi ohe fanno attribuire alle microfaune un carattere decisa¬ mente freddo. Le diversità riscontrate debbono, probabilmente, essere mesise in relazione ad una diversa ubicazione dei campioni neH’am- bito de il’ Am montatura stessa, o alla rispettiva profondità di prelievo (m. 200 per il mio campione, m. 300 per quello di Hofker).

Differenze assai più notevoli si riscontrano, invece, dal confronto con le microfaune provenienti dai dintorni dii Capri, dalle profondità di m <15 e 1100, studiate dalla Cita (3) (4).

La microfauna rinvenuta nel primo dii detti campioni ha carat¬ tere temperato-caldo, con abbondanza di individui appartenenti alle famiglie delle Rotalidae , T extularidae e Miliolidae ed inoltre grande abbondanza di forme attaccate, rappresentate principalmente del ge¬ nere Disco rbis. Tale microfauna è, quindi, del tutto diversa da quella delTAmmontatura, sia per quanto riguarda le condizioni termiche (mancandovi quasi completamente le forme a carattere freddo), sia per quanto si riferisce alla natura dei fondali.

La microfauna del l’altro campione, proveniente dalla profondità di IKK) m, è soprattutto costituita da individui planctonici (73%) e da pochi bientonici (27%). Questi ultimi sono per la massima parte rappresentati dall’ Uviger ina mediterranea e daWEpistomina elegans. La microfauna deirAmmomtatura, quindi, benché assai meno pro¬ fonda di questa, mi pare abbia carattere decisamente più freddo.

Le conoscenze sin qui acquisite su le microfaune del Golfo di Napoli (Hofker, Buchner, Cita, Moncharmont Zei) mostrano il grande interesse che presenta il loro studio, dal quale potranno forse scaturire importanti deduzioni in merito all’attuale distribuzione delle associazioni microfaunistiche fredde del Golfo, in relazione anche alle microfaune pleistoceniche di Ischia (da tempo in corso di studio presso questo Istituto di Geologia). A tale scopo, ed in collaborazione con la Stazione Zoologica di Napoli, abbiamo iniziato la sistematica raccolta di numerosi campioni di fondo, opportunamente ubicati nel¬ l’ambito del Golfo stesso.

Napoli, Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università, giugno 1956.

(3) Cita B. M. Foraminiferi di un campione di fondo marino dei dintorni di Capri. Riv. It. di Paleont. e Stratigr., voi. LX, n. 1. Milano, 1954.

(4) Cita M. B. Studio della microfauna contenuta in un campione di fondo raccolto dal Batiscafo « Trieste » nel mare di Capri. Atti Società It. di Se. nat. e del Museo Civico di Storia nat., voi. XCIV. Milano, 1955.

TAVOLA I.

Fig. 1. Astrorhiza granulosa (Brady)

» 2. Proteonina difflugijormis (Brady)

» 3. Proteonina fusiformis "Will.

» 4, Reophax subfusiformis Earland

» 5o Ammobaculites prostomum Hofker » 6. Spiroplectammina wrighti (Silv. A.)

» 7. Textularia agglutinans d’Orb.

» 8. Bigenerina nodosaria d’Orb.

» 9. Liebusella rudis (Costa)

» 10. Quinqueloculina lamarckiana d’Orb.

» 11. Spiroloculina excavata d’Orb.

» J2. Spiroloculina tenuìs (Czjzek)

» 13. Sigmoilina schlumbergeri Silv. A.

» 14. Triloculina circuì aris Bornemann

» 15 Triloculina tricarinaia (d’Orb.)

» 16 Pyrgo globosa (Silv. A.)

» 17. Cornuspira involvens Heuss

» 18. Lenticulina peregrina (Scliwagér)

» 19. Lagenonodosaria scalaris (Batsch)

» 20. Amphicorine falx ( Jones e Parker)

» 21.';— Nonion umbilicatulum (W. e J.)

» 22. Robertina charlottensis (Cusli.i

» 23. Bulimina aculeata d’Orb.

» 24. Bulimina inflata Seg.

» 25. Bulimina marginata d’Orb,

» 26 Uvigerina mediterranea Hofker » 27 Uvigerina sp.

» 28. Bolivina alata Seg.

» 29. Bolivina spathulata (Will.)

» 30. Bolivina subspinescens Ctish.

» 31. V alvulineria brady ana (Fornasini)

» 32. Gyroidina soldanii (d’Orb.)

» 33. Eponides haidingerii (d’Orb.)

» 34. Cassidulina crassa d’Orb.

» 35 Chilostomella ovoidea (ReussJ

» 36. Globigerina bulloides (d’Orb.)

» 37. Globigerinoides trilobus (Reuss)

» 38. Anomalìna balthicd (Schroeler)

M. Moncharmont Zbi. Foraminiferi di un campione di fondo .

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M. Moncharmont Z'Eìi. Fora misti feri un campione di fondo, ecc.

FAV. I.

TAVOLA II.

ig. 1. Proteonina fusiformis Wili.

» 2 Gìomospira charoides ' Joneo e Parker)

» 3. Ha pio phragmoides subglobosum (G. O. Sar-

» i. Spiro pi ecta mmina wrighti (A. Silv.)

» 5 Texlularia agglutinans d’Orb.

-> 6. l'extularia concava ( K arre ri

a 7. B generino nodosaria d’Orb.

» 8. Clavulina communis (d’Orb.)

;> 9. Quinqueloculina pentagono Giurila

» IO. Quinquelocui ina vulgaris d’Orb.

» li, Spiro loculin a excavata d’Orb.

» 12. Spiroloculina tenuis (Czjzek)

> 13. Sigmoilina distorta Phleger e Parker

)> 14. Sigmoilina schiumò ergevi A. Silv.

» 15. Nummoloculina irr&gularis (d’Orb..

» Jó. Pyrgo depressa (d’Orb.)

» 17. Lenticulina peregrina (Sehwager)

» 18. Lagenonodosaria scalari s (Baiseli)

» 19 Enantiodentalina communis ( d’Orb. i

» 20. Bulimina aculeata d’Orb.

» 21 Bulimina elongata ti’Orb. var. sobillata Olisi

» 22 Bulimina infiala Seg.

» 23. Uvigeriiia mediterranea Hofker

» 24, Uvigeriiia sp.

» 25. Virgulina tenuis Seg.

» 26. BoHvìha alala Seg.

» 27 Loxostomum karrerianum ( Braci y

» 28. - Val vul iner io bradyana (Foi nasini;

» 29. Gyroidiha soldanii ( d’Orb. i

» 30. Eponides haidingerii (d’Orb.)

» 31. Epistomina elegans d’Orb

» 32. Siphonina reùculata (Czjz-kì

) 33. Cassiduìina laevigata d’Orb.

» 34. Sphaeroìdina bulloidcs (d’Orb.

» 35. Globige rinvila aequilateralis Brady

> 36. Orbulina universa d’Orb.

,) 37. 1 nomali na baltliica (Schroeter)

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M. Moncharmont Zeii. Foraminiferì di un campione di fondo, ecc.

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Foraminiferì di un campione di fondo . ecc

A proposito della origine dei Podismini ( Orthoptera ) in Europa

Nota dei socio MARCELLO LA GRECA (Tornata del 26 giugno 1956)

In questi giorni è comparso il XXI volume (1956) delle cc Memorie della Classe di Scienze Matematiche e Naturali dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti (Venezia) » interamente dedicato ad una gros¬ sa monografia di Giorgio Marcuzzi sulla cc Fauna delle Dolomiti ».

In questa opera l’Autore ci offre un ampio quadro faunistico della zona, prendendo in esame tutti i gruppi di animali che popolano quel complesso montuoso, dai Protozoi ai Mammiferi, corredandolo con osservazioni ecologiche e affrontando anche Taspetto zoogeogra¬ fico del problema.

Non è mia intenzione illustrare o discutere le conclusioni alle quali il Marcuzzi perviene nello studio dell’importante problema, neanche limitatamente ai gruppi di mia competenza, Ortotteri, Der- matteri, Blattoidei e Mantoidei.

Mio malgrado, sono spinto a presentare questa comunicazione, per rettificare alcune inesattezze in cui Marcuzzi è incorso nel riferire su mie vedute circa l’origine dei Podismini (o Melanoplini) che po¬ polano attualmente l’Europa, vedute da me illustrate nel 1951 in una nota preliminare sulla fauna ortotterologica Appenninica (1).

Di norma non rifuggo dalle discussioni, anche animate, su que* stioni di cui mi occupo, purché fatte a viva voce, e con Marcuzzi stesso abbiamo più volte discusso intorno a problemi comune interesse: a questo proposito rilevo con piacere, dalla lettura della memoria sulla Fauna delle Dolomiti che fra noi, almeno per alcune particolari questioni, non esistono più, o sono notevolmente attenuate, quelle divergenze di opinióni che sembravano così incolmabili nelle nostre conversazioni di una decina di mesi or sono.

È viceversa, contrario al mio modo di pensare, intraprendere una

(1) La Greca M., 1951. Sulla distribuzione ed origine della fauna ortotterolo¬ gica degli Appennini. Ann. Ist. Mus. Zool. Un. Napoli, III, n. 6.

56

polemica scientifica ricorrendo alla pubblicazione di note ad hoc , poiché questo metodo non può contribuire in alcun modo alla risolu¬ zione o chiarificazione di questioni controverse, ma serve soltanto a cristallizzare i contendenti su posizioni che potrebbero invece venir modificate, da una o da entrambe le parti, col vantaggio generale del progresso scientifico.

È quindi con vivo dispiacere che mi vedo costretto a prender la penna spinto non dall’amor di polemica, ma soltanto dalla preoccupa¬ zione che la lettura delle pagine a me dedicate nel lavoro dei Mar- cuzzi, possa indurre in qualche lettore che non conosca la mia nota del 1951, una falsa valutazione delle idee da me sostenute. In tale la¬ voro, esaminando la corologia dei Podismini in Europa, distinguevo due gruppi di specie: un primo gruppo comprendente specie endemi¬ che o a distribuzione non molto ampia, appartenenti a generi forte¬ mente differenziati e non di rado monotipici, distribuite in maniera fortemente discontinua sul Caucaso, sui Carpazi, sulle Alpi Transsil- vaniche, sui rilievi della regione balcanica, sulle Alpi, sugli Appen¬ nini, sui Pirenei; un secondo gruppo comprendente poehisssime specie ( Bohemanella frigida , Podisma pedestris e forse Miramella alpina ) a distribuzione molto ampia in Europa (e talvolta anche fuori d’Eu¬ ropa), non solo sui rilievi montuosi indicati per il gruppo precedente, ma anche nel N. Europa. Concludevo prospettando l’ipotesi che que¬ sto secondo tipo di distribuzione dovesse ritenersi l’espressione di una diffusione recente delle specie in questione, in diretta relazione con variazioni climatiche occorse nel Pleistocene. Viceversa il primo tipo di distribuzione doveva rappresentare i resti di una distribuzione geografica preglaciale, ridotta e incisa dalle successive vicissitudini pleistoceniche: affermavo quindi (pg. 17) che tale distribuzione rap¬ presenta ce la traccia delle tappe di una invasione dell’Europa avve¬ nuta con molto verisimiglianza nel Neogene » ma non fornivo alcuna indicazione, neanche generica, delle direttrici di marcia seguite dal gruppo nella colonizzazione dell’Europa. Mi limitavo (pg. 17) ad avan¬ zare l’ipotesi che « la prima conquista dell’Occidente da parte del ceppo angariano sembra essere stata la catena del Caucaso » e che cc di qui il gruppo nel Miocene si deve essere esteso ai Carpazi, alla Dina¬ ride, alle Alpi, raggiungendo la penisola iberica », ripresentando som¬ mariamente agli occhi del lettore tutta l’area montuosa su cui si era irradiato il gruppo, ancora una volta senza indicare le direzioni se¬ condo le quali si sarebbe verificato questo irraggiamento. Tale riserbo

57

era completamente giustificato, ed è tuttora valido, poiché con le varie glaciazioni che si sono susseguite dal Pliocene fino quasi a ieri, l’area¬ le neogenico occupato dai Podismini non può non aver subito rimaneg¬ giamenti sensibili e forse tali da mascherare, in qualche zona, la situazione primitiva; oggi, inoltre, pochissimo sappiamo della diffu¬ sione di questo gruppo di Ortotteri nei monti della Jugoslavia, della Balcania e dell’Asia Minore.

Nel mio lavoro, perciò, come appare anche dalle conclusioni da me riportate alla fine della nota, per quanto si riferisce alla que¬ stione dei Podismini, mi sono preoccupato soltanto di sostenere « la ipotesi che essi abbiano popolato l’Europa in gran parte nel Miocene e Pliocene..... e che una seconda ondata rappresentata da Bohema- nella frigida , Podisrna pedestris , abbia invaso l’Europa durante le glaciazioni » (pg. 25-26).

Nel capitolo della sua monografia, dedicato al popolamento ortot¬ terologico delle Dolomiti, Marcuzzi, prendendo in considerazione la mia nota, non menziona le sopra ricordate conclusioni (che avreb¬ bero potuto interessarlo) e, non solo non accenna alla opinione da me espressa circa la duplice origine dei Podismini europei, neogenica e quaternaria, ma presenta al lettore soltanto l’ipotesi dell’origine neo¬ genica, mentre proprio sulle Dolomiti vivono esclusivamente quelle specie che io considero di recente immigrazione in Europa.

Purtroppo l’Autore, nel presentare le mie conclusioni così mu¬ tilate, finisce con l’attribuire alla mia ricerca fini che non mi ero mai proposto e risultati del tutto impensati. Egli perviene a tanto, para¬ frasando un periodo della mia nota, isolato dal contesto e presentato in modo tale da falsarne del tutto il senso originario.

Infatti, a pag. 168 della sua memoria egli scrive: a Dallo studio dei Podismini, La Greca arriva alla conclusione che nel Miocene do¬ vrebbero essere passate delle specie dal Caucaso direttamente ai Car¬ pazi e quindi alla Dinaride e alle Alpi raggiungendo quindi la Peni¬ sola Iberica ». Basta confrontare questo periodo con quello da me ef¬ fettivamente scritto nel mio lavoro a pag. 17 (e che ho più sopra già presentato al lettore) per rendersi conto come l’uso del tutto arbitrario delle parole cc direttamente » ed cc e quindi » serva a mutare comple¬ tamente il significato della frase. Marcuzzi insiste ancora e a pag. 169 torna ad asserire che io ho ammesso « una migrazione diretta dal Caucaso verso Occidente via Carpazi », in modo da convincere chi legge che proprio questa sia la mia opinione.

. 5 8 ^

Debbo ancora notare che a pag. 18 del mio lavoro io aggiungevo che la « distribuzione dei Podismini attuali originatisi dalle migra¬ zioni del Neogene, coincide abbastanza bene con la dispersione dei Trechus originari della Egeide settentrionale secondo Jeannel (1942, fig. 208) »; ora, in questa figura l’Autore indica in maniera eviden¬ tissima mediante frecce, come egli ritenga che i Trechus siano perve¬ nuti ai Carpazi attraverso la penisola balcanica; e se io mi richiamavo ad essa evidentemente lo facevo perchè questa era la mia opinione, anche se inespressa; sarebbe stato strano che io l’avessi citato in appog¬ gio di una veduta opposta! Eppure, anche di fronte ad un fatto così evidente, Marcuzzi non si rende conto di non aver compreso il mio pensiero e ne trae invece motivo per riprovare il mio riferimento alla figura di Jeannel a conferma di quella che egli chiama la mia idea, senza accorgersi invece che si tratta della idea che egli vuole ad ogni costo che sia mia!

Un’ultima osservazione, e poi chiudo con questo poco piacevole argomento. Marcuzzi, sempre a pag. 168 del suo lavoro, incidental¬ mente, mostra di non afferrare bene che cosa io intenda col termine di (( Dinaride » e avanza l’ipotesi che io lo abbia usato invece di Alpi Dinariche. È invece comprensibile dalla lettura del mio lavoro e dalle cartine ivi riportate che io intendo riferirmi alla zona dinarica nella quale i geografi comprendono, in senso orografico, tutta la zona di altipiani della Croazia, della Bosnia, dell’Erzegovina e del Montene¬ gro, dai quali s’innalzano linee di creste dirette da NO a SE. Tale fatto non dovrebbe essere ignorato dal Marcuzzi che si interessa della biogeografia delle Dolomiti, poiché geologicamente queste sono inte¬ ressate alla fascia delle Dinaridi , comprendente appunto quella serie di pieghe di sollevamento terziario che dall’Epiro alle Alpi Giulie decorrono parallelamente alla costa dalmata, per prolungarsi nelle Alpi meridionali fino al Lago Maggiore. Ce n’è più che a sufficienza per capire che non volevo limitarmi alle Alpi Dinariche, altrimenti appunto questa espressione avrei usato.

Confronto tra la composizione chimica del pirosseno del Vesuvio e quello dei Campi Flegrei

Nota del socio RENATO SINNO fornata del 30 novembre 1956)

Nel calcolare le varianti per le trachiti della cc Cava Regia » pres¬ so Pozzuoli (1) secondo il metodo di Niggli (2), nella ripartizione del valore di Q tra i termini sialici e femici della roccia, mi accorsi che il risultato a cui giungevo era discordante con quello calcolato per le comuni rocce trachitiche. Poiché in mancanza di dati più specifici avevo dovuto prendere in considerazione per il pirosseno la composi¬ zione chimica di quello vesuviano, mi accorsi che l’anomalia riscon¬ trata nel calcolo delle varianti era da ricollegarsi proprio alla compo¬ sizione chimica del pirosseno flegreo che doveva, evidentemente, di¬ scostarsi da quella ormai acquisita per l’augite dei prodotti vesuviani.

Nel ritornare sull’argomento, nella presente nota riprendo lo stu¬ dio dei vari pirosseni prelevati in varie località vesuviane e flegree, dimostrando che la diversità di composizione chimica risponde ad un effettivo dato di fatto.

Per poter giungere a tale conclusione ho iniziato col prendere in considerazione quali termini di riferimento, tra i numerosi tipi di pirosseni studiati ed analizzati da altri Autori oltre che dallo scrivente, quelli che avessero presentato delle caratteristiche particolari. Preci¬ samente ho considerato:

A) Augite raccolta nel 1914 sul fondo del cratere vesuviano (An. Washington) (3).

B) Augite pneumatolitica raccolta sulle lave del fondo del cra¬ tere vesuviano del 1929 (An. Alfani) (4).

C) Augite diopsidica facente parte dei blocchi calcarei meta¬ morfosati del Monte Somma (An. Alfani e Carobbi) (5).

D) Augite caduta nei giorni 24 e 25 Marzo 1944 ad Orti Ava- gliana presso Nocera (An. Scherillo) (6).

E) Augite raccolta nel periodo finale dell’eruzione del marzo 1944 sul versante di Boscotrecase (An. Scherillo) (7).

60

F) Augite verdiccia granulare dei proietti del Monte Somma (An. Sinno) (8).

G) Augite di un proietto pirossenico del Monte Somma (A11. Restaino) (9).

I risultati analitici vengono riportati nelle tabelle I e II.

TABELLA 1.

A

B

-

Si02

47.60

46.47

52.77

A1203

6.01

7.21

2.90

Fe203

3.17

6.92

0.45

FeO

4.5f

4.08

3.35

C 1" 20 3

0.16

0.50

As203

0.04

ass.

Sb203

0.05

0.03

CaO

21.52

23.34

24.50

MgO

14.43

10.45

15.14

SrO

ass.

tracce

BaO

ass.

tracce

MnÒ

0.13

0.10

0.63

PbO

0.18

0.18

CuO

0.05

0.05

ZnO

ass.

0.04

NiO

0.11

tracce

CoO

0.08

tracce

K20

0.76

0.14

Na20

0.70

0.08

Ti02

1.52

h2o

0.08

0.43

0.26

100.51

99.89

100.80

TABELLA IL

D

E

F

c

Si02

47.25

49.27

51.20

47.97

Ti02

0.65

0.50

0.20

0.67

Zr02

0.04

0.06

0.05

A1203

B.62

7.26

2.44

10.16

Fe203

4.25

2.81

2.60

4.36

FeO

4.79

3.80

0.77

3.15

MnO

0.14

0.22

0.10

0.15

MgO

10.55

13.04

15.70

10.60

CaO

21.40

20.94

25.32

19.97

k2o

0.46

0.67

0.19

1.07

Na20

0.97

1.46

0.80

1.38

h2o~

0.05

0.09

0.13

0.12

h2o+

0.70

0.53

0.29

p205

0.30

co2

0.66

99.87

100.46

99.72

100.56

Accanto a queste varietà ho considerato altri tre tipi di pirosseni, il primo, costituito da cristalli piuttosto allungati secondo l’asse z9 di color nero, facente parte di un proietto di medie dimensioni rac¬ colto dal prof. Parascandola sul versante di Boscotrecase; il secondo, costituito da cristalli di varia grandezza, caratterizzati da una super¬ ficie tipicamente cribrosa, ricca di vacuoli, raccolti dal prof. Para- scandola ad Orti Avagliana presso Nocera; il terzo costituito da cri¬ stalli di color verde chiaro, talvolta trasparenti, apparentemente al¬ terati, da me raccolti sul versante di Boscotrecase, esclusivamente nel¬ le immediate vicinanze di alcune fumarole.

Ho infine considerato il pirosseno flegreo che ho isolato da al¬ cune sabbie provenienti dall’isola di Ischia precisamente dalle spiag¬ ge del Castello d’Aragona e S. Anna, la cui origine è da ricollegarsi alla disgregazione delle rocce vulcaniche dell’isola. Il pirosseno di queste spiagge si presenta in minutissimi cristalli di un colore nero

o verde molto scuro, per la maggior parte si presentano allungati se¬ condo l’asse delle z e, solo i più grandi, superano le dimensioni di mm. 2-3.

Prima di passare alla parte analitica, considero le proprietà ot¬ tiche osservate.

Il pirosseno nero di Boscotrecase presenta in genere il comune abito cristallino dell’augite. È molto debolmente pleocroieo, secondo lo schema:

a = verde chiaro.

{4 = verde con tono grigio, y = verde con tono giallo.

I cristalli osservati son tutti zonati con evidentissima sfaldatura. La colorazione per alcuni cristalli è sempre più intensa dal centro verso la periferia, per altri si verifica il caso opposto. L’angolo c/y = = 45°. Il carattere ottico è positivo e l’angolo 2Y a misurato al tavolo di Fedoroff è di 62°.

Le stesse proprietà ottiche ho potuto riscontrare per il pirosseno cribroso di Orti Avagliana. Tutti i cristalli presentano una maggiore o minore cribrosità dovuta all’azione degli agenti mineralizzato ri. In sezione sottile si osserva che i cristalli più pìccoli hanno subito mag¬ giormente tale azione che ha ridotto il minerale a residui cristallini, immersi in una sostanza opaca. I cristalli più grandi hanno risentito in misura minore l’azione pneumatolica; la colorazione verde chiara della periferia è sostituita al centro da una colorazione verde sempre più scura, mentre, nelle tracce di sfaldatura, sono presenti sempre dei frammenti cristallini. Talvolta però, se pure eccezionalmente, anche i cristalli più grandi dimostrano di avere fortemente subito 1’ azione dei componenti volatili, che hanno ridotto il cristallo in tanti fram¬ menti, cementati da una sostanza opaca, come risulta dalla fotografìa seguente (fìg. 1).

II terzo tipo di pirosseno, quello verde del Vesuvio, ha confer¬ mato le medesime proprietà ottiche riscontrate innanzi.

Il pirosseno dell’isola d’Ischia presenta un pleoeroismo molto in¬ tenso, secondo il seguente schema:

a = verde chiaro, g = verde più chiaro.

Y = giallo chiaro.

Il pleoeroismo è evidente tra a e p, evidentissimo tra 0 e y* L’an¬ golo c/y = 45°. Il carattere ottico è positivo. L’angolo degli assi ot¬ tici 2 Va, misurato col microscopio di Fedoroff, è di 70°.

63

Fig. 1. Pirosseno cribroso di Orti Avagliana. In seguito all’azione degli agenti mineralizzatori, il minerale è ridotto in residui cristallini immersi in una so¬ stanza opaca, (Nicol =; Ingrandimento: x 50).

mini significa che da una augite a tipo diopsidico, si passa ad una au- gite alcalina, a tipo egirinaugitico.

Passando ora allo studio analitico ho raggruppato nella tabella IV i risultati delle nuove analisi dei tre tipi di pirosseni vesuviani consi¬ derati, e precisamente:

1) Pirosseno nero di Boscotrecase (An. Sinno).

2) Pirosseno cribroso di Orti Avagliana (An. Sinno).

3) Pirosseno verde del Vesuvio (An. Sinno).

Nella tabella V ho raggruppato infine le analisi dei pirosseni flegrei :

4) Pirosseno della spiaggia del castello d’ Aragona (Ischia) (An. Sinno).

5) Pirosseno della spiaggia S. Anna (Ischia) (An. Sinno).

Confrontando le proprietà del pirosseno vesuviano e di quello fìegreo si vede che esse si discostano sensibilmente soprattutto se si considera il valore dell’angolo degli assi ottici 2Va che, da 62° per il pirosseno vesuviano, passa a 70° per quello flegreo, il che in altri ter-

64

TABELLA IV.

1

2

3

Si02

46.16

46.90

51.08

TiCL

0.40

J .45

0.26

Zr02

0.08

0.02

\

0.08

ALO,

9.36

8.80

6.00

Fe20,

3.46

4.38

3.94

FeO

3.50

4.40

1.16

MnO

0.10

0.14

0.10

MgO

11.70

11.60

13.20

CaO

23.98

21.26

22.50

k2o

0.32

0.60

0.20

Na20

0.70

1.05

0.80

h2o-

0.02

0.10

0.04

H20+

0.25

0.58

0.85

100.03

99.98

100.21

TABELLA V.

4

5

Si02

52.50

52.41

TiCL

0.38

0.45

Zr02

0.14

0.14

ALO,

44.90

14.50

Fe20,

6.10

6.08

FeO

2.37

2.50

MnO

0.50

0.50

MgO

2.60

2.50

CaO

9.75

9.82

K20

2.40

2.41

Na,0

6.94

7.01

H20

0.12

0.05

h20+

1.40

1.70

100.10

100.07

65

w:

Partendo dai valori analitici ottenuti ho calcolato per i pirosseni vesuviani le seguenti formule:

A)

(Na,K,Ca)7,6

(Mg,Fe,Ti)7,5

(Fe,Al)19,

(Al,,.

^14553

048)

B)

(Na,K,Ca,Mn

,Pb)7,„ (Mg,Fe,

Cu,Ni,Co)6,.

7 (Fe,Al,Cr,Sb)2,26

(Al073 SÌ14,o7 1

o4S)

Q

(Ca,Mn,Pb)7,„

(Mg,Fe,Cu,Zn)7,5 (Fe,Al,<

Cr,Sb)0.

(Al,

075SÌ15

D )

(Na,K,Ca)7,7

(Mg,Fe,Ti)e,2

(Fe,

? Al)295

(Al,,,

SÌ44?3

048)

E)

(Na,K,Ca)7„

(Mg,Fe,Ti)„9

(Fe,

i Al)197

(Al, ,s

SÌi4,5

048)

F)

(Na,K,Ca)s,5

(Mg,Fe,Ti)7,j

(Fe,

, Al)0,5

( Al0,g

SÌi592

048)

G )

(Na,K,Ca)8,3

(Mg,Fe,Ti)7,02

(Fe,

,A1)0,78

(Al0, g

SÌl5T2

048)

1)

(Na,K,Ca)8,2

(Mg,Fe,Ti)„,

(Fe

,A1)197

( Al2?3

SÌ43?7

048)

2)

(Na,K,Ca)7,s

(Mg,Fe,Ti)„|

(Fe

•Al),

(A1„4

bÌi3?6

048)

3)

(Na,K,Ca)7,7

(Mg,Fe,Ti)f„2

(Fe

,A1)2,i

( Al0,9

SÌi5?l

048)

Analogamente per i due pirosseni flegrei ho calcolato le seguenti formule :

4) (Na,K,Ca)g,1 (Mg,Fe,Ti)1!7: (Fe,Al)6,2 (Al0,5 Si15,5 048)

5) (Na,K,Ca)8,.2 (Mg,Fe,Ti)!,7 (Fe,Al)6,i (Al0,6 Si15,5 048)

Se prendiamo in esame le formule dei pirosseni vesuviani studiati risulta evidente che possono distinguersi in due gruppi: il primo grup¬ po (nel quale vanno considerate le analisi A, B, D, F, 1, 2) per il quale si calcola la formula media:

(Na,K,Ca)797 (Mg,Fe,Ti)6,4 (Fe,Àl)19fl (Al196 Si14,4 048)

risulta costituito dai pirosseni la cui composizione si avvicina a quella della tipica augite, il secondo gruppo (nel quale rientrano le analisi C, F, G, 3) per il quale si calcola la formula media:

(Na,K,Ca)8,2 (Mg,Fe,Ti)6,7 (Fe,Al)in (Al0,9 Si15n 048)

risulta costituito da quei pirosseni che, al contrario, vanno avvicinan¬ dosi alla composizione del diopside. In questo tipo di pirosseno in¬ fatti il Ca e il Mg sono in prevalenza e soltanto una scarsa percen¬ tuale di Al vicaria il Si al centro dei tetraedri Si04.

Se ora consideriamo le formule dei pirosseni flegrei (analisi 4 e 5) per i quali si calcola la formula media:

(Na,K,Ca)8n (Mg,Fe,Ti)4,7 (Fe,Al)6,2 (Al0,5 Si15,5 048)

66

e confrontiamo quest’ultima con le formule medie ricavate per i pi- rosseni a tipo augitico o diopsidico presenti al Vesuvio, si possono fare le seguenti osservazioni:

1) L’indice dei componenti Na, K, Ca è pressocchè uguale sia nel pirosseno vesuviano (augitico o diopsidico) che in quello flegreo, con la variante che, per il primo, tale valore è dovuto al forte tenore di Ca, mentre, per il secondo, al forte tenore degli alcali.

2) L’indice dei componenti Mg, Fe, Ti da un valore di 6,4 e 6,7 per il pirosseno vesuviano, decresce fino ad un valore di 1,7 per quello flegreo.

3) L’indice dei componenti Fe''' ed Al viceversa da un va¬ lore di 1,9 ed 1,1 per il pirosseno vesuviano, sale ad un valore di 6,2 per quello flegreo.

4) L’indice di Al vicariante con Si al centro dei tetraedri passa da un valore massimo di 1,6 per il pirosseno augitico ad un valore me-

dio di 0,9 per il pirosseno diopsidico vesuviano, per raggiungere il valore minimo di 0.5 in quello flegreo.

L’insieme di tutte queste osservazioni permette quindi di affer¬ mare che mentre la composizione chimica del pirosseno vesuviano o è tipicamente augitica, o al massimo si avvicina a quella del diopside (come accade per il pirosseno dei proietti metamorfosati), quella del pirosseno flegreo tende alla composizione chimica dell’egirina, vale a dire a quella dei pirosseni alcalini, notando però che mentre nell’egi- rina, tra gli elementi trivalenti, compare solo Fé' ", nel tipo flegreo la quantità di Al è circa doppia nei confronti di Fe'". Si può quindi concludere classificando il pirosseno flegreo come una tipica egiri- naugite.

La differenza tra il pirosseno del Vesuvio e quello dei Campi Fle- grei, già notata nello studio delle proprietà ottiche, ha avuto quindi nello studio analitico quantitativo la più sicura conferma.

Allo scopo di dare un’interpretazione grafica di quanto ho innanzi dimostrato ho considerato un diagramma del tipo Osann considerando ai vertici del triangolo equilatero rispettivamente il gruppo degli al¬ cali più il calcio, il gruppo del ferro bivalente, magnesio e titanio ed infine il gruppo del ferro trivalente e dell’alluminio, escludendo quella parte di alluminio vicariante con il silicio al centro dei tetraedri.

Istituto di Mineralogia dell’ Università di Napoli , novembre 1956.

BIBLIOGRAFIA

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5) Alfani M. e Carobbi G. Augite diopsidica dei blocchi calcarei metamorfosati del Monte Somma. Annali R. Oss. Ves. Voi. VI. Napoli, 1935.

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9) Restaxno S. Ricerche chimiche su alcuni prodotti del Somma - Vesuvio. Rend. Acc. Scienze Fis. e mat., Serie 4a, Voi. XXII. Napoli, 1953.

I fenomeni carsici di Monte Cigno (Benevento)

Nota del socio DOMENICO FRANCO

( Tornata del 30 novembre 1956j

Poche terre hanno configurazione geografica, struttura e storia geologica così interessanti, e nel contempo assai complesse, come quella regione montuosa, coronata da pochi picchi selvosi degradanti verso plaghe di mirabile bellezza, che si erge nell’alpestre Sannio. Ed invero le vicende naturali che l’hannu interessata, sono tali e tante, che soltanto un’analisi completa potrà condurci a tratteggiarne, in sintesi, la storia e la struttura geologica che oggi si può ammirare nelle sue espressioni più significative. Tuttavia, mentre sarà oggetto di altra nota lo studio di tali vicende, qui saranno presi in esame i fenomeni di erosione carsica, relativi al Monte Cigno, considerato nel complesso morfologico e geologico di tutta la regione circostante.

. mentre in fondo

a la vallea scorre, sussurrante strane parole, il fiume Titerno, che corrode quella roccia e s’insinua , s’insinua sul profondo.

(P. Ungaro: in Amore e Lucei

Chi da Cerreto Sannita si dirige verso Cusano Mutri si trova, do¬ po circa cento metri dall’abitato, di fronte ad un piccolo rilievo, sul quale recentemente furono rinvenute numerose monete di argento (dinari e vittoriali) della Repubblica Romana, che, insieme ai ru¬ deri esistenti ancora sulla sommità, avvalorano l’opinione che in quei pressi esisteva la cc Rocca » dell’antico « Cominium Ceritum », ricor¬ dato da Tito Livio (1), donde probabilmente gli derivò il nome di « Rocca del Cigno » (2).

(1) Tito Livio, lib. X e lib, XXV delle Istorie.

(2) Circa la etimologia della parola « Cigno » si hanno diverse interpreta-

Dalla sommità di questo monte, si apre la vista sulla vallata del basso Calore, da Benevento sino ai Monti Tifatini: posizione senza dubbio strategica per la difesa delle terre e dei villaggi di questo estremo angolo del forte Sannio, in epoca remota.

Come per lo storico, anche per il geologo, il Monte Cigno de¬ sta notevole interesse per il carsismo assai avanzato, in esso svilup¬ pato e che la presenza delle grotte rivela anche ad una rapida e non minuziosa osservazione.

Anche il turista vi trova diletto inoltrandosi per Tunica rotabile, che si snoda da Cerreto e si inoltra, dopo il ponte sul torrente Tu¬ lio, per l’angusta e montuosa gola del Titerno, che di questo torrente raccoglie le acque (vedi fotografie n. 1 e n. 2).

L’uno e l’altro, Turio e Titerno, rodono da secoli le pendici del Monte Cigno, privo di quella idrografia superficiale, che rappresenta, senza dubbio, uno degli aspetti assai noti dei fenomeni carsici. Tran¬ ne, difatti, il torrentello, poverissimo di acqua, detto giustamente « Resicco », ossia rio secco (rius siccus ), non si osservano altri corsi d’acqua, sia pure assai modesti.

Peraltro, basta inoltrarsi per poco, sulla carrozzabile per osser¬ vare che i calcari stratificati affioranti, inclinati sul ciglio della strada con pendenza variabile intorno ai 45°, offrono una testimonianza dei lunghi e tormentosi periodi trascorsi e delle forze immani della Na¬ tura, che su di essi agirono, modificandone la giacitura e determi¬ nandone la particolare tettonica attuale.

Alla serie di calcari stratificati, si alternano tipici conglomerati, costituiti da levigatissimi ciottoli, misti a materia cementizia.

La via si svolge su un (c Bello Orrido », per poco più di un chi¬ lometro, tra l’estremo orientale di Monte Cigno e quello occidentale di Monte Erbano, l’antico e storico « Eribanus », di cui fa cenno Po¬ libio (3) (vedi fotografia n. 3).

Nel fondo della Valle, che si restringe sempre più, fino ad una

zioni. Secondo il prof. S. Mastrobuoni, il nome Cigno deriverebbe dal greco koinon o koinion, uguale a comunità , comune, cominium latino; secondo altri, invece. Cigno deriverebbe da Licinio, imperatore, ma tale interpretazione rientra nella leggenda, perchè, al dire degli storici, Licinio non è stato mai in questa zona (Lfr. A. M. Iannacchino, in « Telesia », pag. 108, Stab. Tip. d’Alessandro. Benevento; Eutropio, lib. X « Storia Romana »).

(3) Polibio, lib. Ili, cap. 95, delle Storie.

70

ventina di metri di larghezza, scorre tortuosamente, il torrente Tì- terno, che nasce dalla parte opposta, nella località detta dei cc Tre Valloni » e, più precisamente, nella regione di Monte Pastonico e Monte Pescolombardo del massiccio del Matese, a 1500 metri sul li¬ vello del mare. Esso, dopo aver ricevuto le acque torrentizie dei Valloni: Acqua Calda (monte Moschiaturo), del Torbido (presso Pietraroia), di Vallo Antico (tra l’agro di Pietraroia e Cerreto San¬ nita) e delle cc Fontane »: Viscosa e Guarino, nonché di tutti gli altri corsi di acqua della cc Conca di Cusano Mutri », percorre questa gola montuosa, che va sempre più restringendosi tra le rupi, quasi inac¬ cessibili, di Monte Erbano a sud, della Pizzuta ad ovest e del Monte Cigno, ad est di Civitella Licinio (più propriamente detta « Civitella del Cigno »).

Tale corso lambisce la ridente collina su cui è situata la nuova Cerreto e, proseguendo il cammino tortuoso, dopo aver ricevuto le acque dei torrenti Selvatico, Cappuccini ed altri, si allarga, dapprima nelle vicinanze della caratteristica cittadina di S. Lorenzello, diva¬ gando in un letto torrentizio, largo circa 125 metri, fino a Massa, indi si restringe presso Faicchio, tra il maestoso Monte Monaco di Gioia ed il solitario Monte Acero, sulla cui cima troneggia ora il bel monumento a Gesù Redentore, eretto nel 1902, con il concorso della popolazione e per iniziativa del Teol. A. Franco, da Cerreto.

A valle di questo tratto e sulla sinistra, il torrente Titerno si al¬ larga ancora, sino ad occupare un letto torrentizio di circa 200 metri e, infine, impoverendosi di acqua nei pressi della cc Torre Nuova di Marafi », dopo un percorso di circa 26 chilometri dalla sorgente, si versa nel fiume Volturno, presso Puglianello,

Dividendo l’andamento del torrente Titerno in tre tronchi e pre¬ cisamente: in tronco montano, tronco in collina e tronco vallivo, os¬ serviamo che la pendenza in ciascuno di essi cambia notevolmente. Infatti, per il primo tronco, su di un percorso di circa due chilometri e mezzo, la pendenza varia dal 40%, nel tratto iniziale, sino al 3,80%, presso la stretta di cc Piscumpise ».

Da qui inizia il secondo tronco con una pendenza che va dal 3,80% al 2,22% sino a S. Lorenzello su di un percorso di circa 4 chi¬ lometri e mezzo. Infine nel tronco vallivo, la pendenza media si ri¬ duce sino a 0,82%.

La maggiore pendenza, che si nota nel tronco montano, ra¬ gione della profonda erosione che interessa questa zona, determi¬ nandone la caratteristica morfologia martoriata.

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Difatti, l’alveo del torrente Titerno, angusto e con molte inegua¬ glianze, offre numerose e profonde cateratte, dalle quali le acque precipitano con frastuono e rodono il fondo, per cui potè darsi il nome di « Titerno », come opina il Mastrobuoni, derivandone l’antico e storico nome da una radice greca « teiro » o « te reo » che vuol dire : consumo, sfrego, traforo, tormento (4).

È proprio nel punto più stretto della gola, dove la carrozza- bile si stacca dalle pendici di Monte Cigno e si congiunge con il ponte « Tavella » a quelle orientali di Monte Erbano, che si notano di più le erosioni del torrente. Molto felicemente il geologo Pilla (5) chiama questa località « La Valle » (fotografìa 3), Infatti, mentre qui ha ori¬ gine la gola del Titerno, si apre bella e sorridente, subito a nord, la valle di Civitella del Cigno, così denominata dal monte omonimo, che la fronteggia, più ad est.

Sicuramente questa valle, da altri chiamata conca di Cusano Mu¬ tò, costituiva, nella lunga notte dei passati tempi, il fondo di un lago, di cui fu sempre unico emissario il Titerno, come testimoniano, ol¬ tre la morfologia, alcuni depositi di lignite, che ivi si rinvengono e che si originarono, in seguito alla carbonizzazione in regime lacu¬ stre, come generalmente si verifica per queste rocce combustibili. Tali depositi, si possono osservare oltre che a Pietraroia (contrada « Fu¬ cine »), anche a Cusano Mutri in contrada cc S. Felice ». Qui i depo¬ siti sono prevalentemente torbosi e ciò conferma ancor di più, quanto è stato in precedenza esposto.

La valle predetta si restringe tra i due massicci montuosi del Cigno e dell’Erbano, in prossimità di « Gorgo Vecchio », antico ponte romano, ove la leggenda vuole sia passato Annibaie (vedi fotogra¬ fia n. 4),

Gli strati calcarei dei due complessi appartengono all’Era Me¬ sozoica e più precisamente al Cretacico medio, cioè al Cenomaniano.

Queste assise calcaree si presentano, per Fazione erosiva, a guisa di sponde di piccoli canons in miniatura, poiché il Titerno, in questi

(4) 11 prof. S, Mastrobuoni ha pubblicato diversi articoli sui vari quotidiani. Vedi: « II Cigno e le sue bellezze naturali », in «Il Popolo», 19-9-1935; a Itine¬ rari sanniti », in «Mezzogiorno d’Italia», a. I, n. 21, Foggia, 20-7-1950; a Dalla Campania ai confini del Molise », in « Il Popolo », Roma, agosto 1950; a La grotta del Cigno », in « Il Giornale », 10 giugno 1953.

l5) L. Pilla, Osserv. geogn. sulla parte Seti . e Merid. della Campania, Ann. Civ. del Regno delle due Sicilie, Voi. I, pag. 117, 1833.

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punti, si è scavato sempre più, nella roccia compatta, l’alveo per oltre 20 metri di profondità. I margini di questi strati, così erosi, appaiono arrotondati e conformati quasi parallelamente, ma in modo tortuoso, formando su una sponda sporgenze, che corrispondono alle rientranze dell’altra (vedi fotografia n. 5).

Il Titerno, che sempre erode al disotto, produce non poche ca¬ verne, dove le acque in gran parte si disperdono o si inabissano. Os¬ servando le pendici del Monte Cigno nei pressi del ponte cc Lavella », dove l’azione erosiva allo stato attuale è molto intensa, si possono vedere le tracce della primitiva erosione, sino a ricostruire il corso dell’alveo originario del fiume.

La gola stessa, attraverso cui il Titerno si è aperto il suo corso, approfondendolo con l’erosione e svuotando il lago, si è costituita in conseguenza di un fenomeno tettonico, riferibile ad una serie di fa¬ glie, di cui restano ancora oggi tracce, come può osservarsi a destra della riva subito dopo il ponte, ove specchi di faglia rivelano le frat¬ ture cui i complessi precedentemente citati, andarono soggetti, du¬ rante il diastrofismo terziario, secondo le ben note direttrici tetto¬ niche appenniniche e tirreniche, indicate dal De Lorenzo (6).

In conseguenza di questa frattura, l’unico complesso montuoso resta oggi distinto in Cigno (744 m.) ed Erbano (1390 m.).

Più arido ed alquanto ripido, si erge a destra della carrozzabile, il primo, mentre sulla sinistra, si scorge il secondò monte, ricco di castagneti, faggeti, noceti, carpineti, nonché di fragole e di non po¬ che piante medicinali ed aromatiche come: valeriana, timo, lavanda, rosmarino, origano, ecc.

Appena usciti dalla gola del Titerno, nella vallata di Cusano Mutri, appare in fondo, sulla destra, la (c Civita », ove è stata rie¬ dificata la cittadina di Pietraroia, distrutta dal terremoto del 1688.

Al passaggio dalla stretta gola, alla spaziosa valle di Cusano, si avverte una particolare, piacevole sensazione. Non più picchi cal¬ carei minacciosi o apparentemente cadenti, non più rocce erte e rav- a icinate, che destano un senso di oppressione o di paura, ma un nuovo orizzonte, aprico, più vasto e più vivo, ove le dolci colline, amman-

(6) De Lorenzo G., Studi di geologia nell’ Appennino merid Atti R. Acc. Se Fis. e Mat., s. 2a, Voi. Vili, n. 7. Napoli, 1896.

(7) V. Mazzacane, Dalla valle di Cerreto a quella di Pietraroia. « Storia del Sannio », an. II, n. 1. Benevento, 1916.

Boll. Soc. Naturalisti,

Cigno i Benevento) Tav I.

le del Gorgo Vecchio sul ) (fot. Mendillo).

Fig. 2. Torrente e P

Fig. 1. - Cerreto Sannita; il Monte Cigno e la Grotta chiusa; veduta d’insieme.

Boll. Soc. Naturalisti , voi

di M. Cigno {Benevento) Tav. II.

Fig. 5. Alveo del Titerno jj 2a saia {fot. Franco).

/ fenomeni carsici di M. Cigno ( Benaver

lUdi Sor. Naturalisti . voi. LXV, 1956.

li». 10. Particolari della grotta, 2a sala (fot. Franco).

!. « Piscumpiso » v Cerreto [fot. Franco).

9. « Piscumpiso » vi Civilella {fot. Franco).

Monte Cigno {fot. Franco).

Fig. 6. Monte Cigno {fot. De Biase,.

Fig. 11. Particolari della grotta. 2a sala (fot. Franco).

tate di rigogliosa vegetazione, mostrano tutte le gradazioni del verde, dal chiaro allo scuro e sino al glauco, che attrae particolarmente roc¬ chio e lo spirito dell’osservatore.

In contrapposto, Monte Cigno, per la scarsa vegetazione, doyuta in parte all’insano disboscamento, in esso praticato, e sopratutto per la natura calcarea delle sue rocce, presenta l’aspetto del paesaggio carsico, con tutta la gamma delle sue trasfurrnazioni : inghiottitoi, doline, canali e cunicoli sotterranei, grotte e caverne più o meno va¬ ste, più o meno interessanti.

Esso è più facilmente accessibile dal lato nord-est, dove si uni¬ sce con il Monte Montalto (841 m.) (vedi fotografia n. 1), mentre è quasi inaccessibile dagli altri lati.

Le acque superficiali di dilavamento o selvagge, non hanno ri¬ sparmiato, con il loro morso edace, Monte Cigno, che appare solcato da profondi cunettoni-canaloni, dai quali le acque, nel periodo delle piogge, precipitano copiose e violenti nell1 alveo del Titerno.

Esse hanno un potere erosivo ancor più accentuato, sia per la eccessiva acclività delle sue pendici, totalmente sprovviste di vegeta¬ zione arborea, sia per le notevoli fratture della roccia, entro cui l’ac¬ qua si insinua, aumentando la velocità e la forza di corrosione.

È alquanto pericoloso, nel periodo invernale, percorrere o sostare sulla rotabile in parola per i numerosi massi, che si staccano e mi¬ nano, specialmente durante il disgelo. In questi cunettoni, che co¬ stituiscono le linee di impluvio, è abbondante il detrito di falda.

Quelle belle pile calcaree, che l’orogenesi fece emergere milioni di anni addietro, oggi risultano terrazzate ed incise profondamente e mostrano le rocce erose, tagliuzzate o spezzate e formanti erti dirupi o svelti ed isolati torrioni, che danno, nell’insieme, un aspetto carat¬ teristico e ruinoso al paesaggio (vedi fotografia n. 6).

Così le « Precerosse », pietre rosse per la loro ricchezza in os¬ sidi e sali di ferro, imponenti e bellissime, proiettano paurosamente a perpendicolo le loro rocce.

A sud della « Rocca del Cigno » si osserva una bella dolina. Am¬ pia e profonda, essa è comunemente chiamata cc Fossa delle reu », fossa dei rovi. Vi è molto materiale di riporto ed alluvionale, che ne riduce alquanto la profondità. Un cunicolo stretto, nell’interno di essa, immette in una piccola grotta, lunga quasi tre metri e larga un metro e mezzo all’incirca, ricca di stalattiti e- stalagmiti (8).

(8) La leggenda vuole che in essa trovò rifugio rultimo brigante della zona.

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Le ripide pareti rocciose di monte Cigno, i suoi picchi calcarei, che si elevano a guisa di obelischi, stranamente conformati e sago¬ mati a stele, a statue, a piccole guglie, danno a questa località un aspetto pittoresco e maestoso (vedi fotografia n. 7).

Tra i picchi più caratteristici è da ricordarsi « Piscumpiso », ma¬ cigno che si erge solitario e quasi minaccioso, sulla stessa rotabile a sud di Civitella del Cigno.

Tenendo conto del volume del blocco monolitico e del peso spe¬ cifico della roccia calcarea, si può ritenere che il peso di esso si ag¬ giri intorno alle trecento tonnellate.

La configurazione del monolito è tale da sembrare all’occhio del¬ l’osservatore una grossa clava (vedi fotografia n. 8), poggiante per il manico sulle ultime pendici di Monte Erbano, le quali delimitano la rotabile, con una parete verticale alta circa sei metri.

Osservato invece (vedi fotografia n. 9) dalla parte opposta, ap¬ pare come una gigantesca statua decapitata, avvolta in un lungo e si¬ nuoso mantello, sotto il quale sembra di intravedere la piegatura del ginocchio destro.

La caratteristica più saliente e che fa pensare addirittura ad un miracolo di statica, consiste nel fatto che il monolito, osservato nella sua faccia, che guarda Cerreto Sannita, presenta, ad 1/3 della sua altezza, una profonda ed evidentissima incrinatura a tutto spessore, il cui piano è inclinato del 10% verso Monte Erbano.

Ciò è ancora più evidente, tenendo conto che la larghezza di base del monolito è di metri 4,50 e che questo è distaccato ed isolato dalle falde di Monte Erbano per circa 19/20 della sua altezza.

Osservato, invece, nella faccia opposta, cioè quella che guarda la Conca di Cusano Mutri, il piano della stessa incrinatura appare inclinato in senso contrario e cioè verso la sottostante rotabile.

Chi abbia osservato tale incrinatura nella sola faccia del mono¬ lito, che guarda Cusano Mutri, non riesce a dissimulare un certo senso di preoccupazione e di paura, al pensiero che un blocco del genere, poggiante con la sua esigua base su di un piano inclinato verso la strada, possa scivolare da un momento all’altro lungo detto piano, rovinando sulla sottostante rotabile.

che fu catturato con 1’accendervi all’ingresso un grande falò, il cui fumo intenso gii rese l’aria irrespirabile.

La grotta chiusa del Monte Cigno.

A pochi metri da questo macigno caratteristico, si apre verso de¬ stra, un angusto sentiero, che porta, attraverso l’alveo del Titerno, a Monte Cigno.

L’ascesa, ad un tempo, è emozionante e faticosa: in diversi tratti, non priva di pericoli, per il detrito di falda, che, costituendo un ammasso roccioso incoerente, può serbare allo scalatore poco attento, incognite non certo liete.

A circa 500 metri di altezza dalla valle e quasi a 200 metri al disotto della Rocca del Cigno, si trova una grande grotta con la en¬ trata verso le ultime sporgenze, che si presentano a picco.

La grotta, da altri chiamata con diversi appellativi, visitata il 6 di agosto 1935 da una comitiva di esploratori dilettanti, capitanati dal Dott. U. Franco e dal prof. S. Mastrobuoni, fu segnalata, col nome di a Grotta Chiusa » all’Istituto Speleologico Italiano di Po- stumia.

Molto stretto e sinuoso ne è l’ingresso, che obbliga il visitatore a prostrarsi completamente, per entrarvi strisciando lungo un tratto di circa tre metri. Per tal motivo le si diede il nome cc Grotta Chiusa ».

Solo la curiosità di visitarla potè vincere le difficoltà incontrate. Nessuno si arrestò alla sensazione di schiacciamento e di stretta, che si avvertiva nell’entrare nella grotta.

Faceva da guida un pastore della contrada. Superato l’aspro e difficoltoso ingresso, si scorge il primo cunicolo, che si allarga a for¬ ma di imbuto e accesso ad una prima sala (A dello schizzo alti¬ metrico).

Questa., dal lato sinistro, è fortemente accidentata con fossati più o meno profondi; dal lato destro, invece, prende forma di un androne, di altezza variabile dai due ai quattro metri è largo circa tre, dalla cui volta pendono numerose stalattiti, di colore ocraceo e polimorfe: svelte e sottili alcune, mammellonari altre.

Fangoso e lubrico il terreno; pungenti le stalattiti che pendono dalla volta e che obbligano a curvarsi.

Una specie di loggiato, con panneggiamenti e concrezioni cal¬ caree, trovasi a destra; Pangolino colpisce per le stalagmiti a forma di anfore, di fattezza così perfetta, da sembrare messe da una mano intelligente per abbellirne il sito.

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Sulla parete di fondo di questa prima sala, a due metri dal piano di terra, attraverso uno squarcio della roccia, si accede alla seconda sala (vedi schizzo: B).

Faticoso ne è il passaggio, perchè occorre puntarsi bene sulle stalagmiti e spingersi in alto.

Anche questa seconda sala è ricca di stalattiti e stalagmiti, che qua e si congiungono formando colonnati e pilastri. Le pareti, concrezionate e finemente decorate, appaiono come merletti e lunghi panneggiamenti che scendono dall’alto per celare le altre meraviglie dell’antro (vedi fotografie n. 10 e 11).

Sulla destra, a guisa di un immenso scenario dantesco, poco larga, ma alta oltre i 20 metri, ricchissima di stalattiti più o meno grandi, che percosse danno un suono argentino, si presenta una gran¬ de caverna, detta dalla comitiva « La Cattedrale » per le sue ampie proporzioni (vedi schizzo: C).

Più ricchi i colonnati stalattitici, molti i panneggiamenti e le concrezioni calcaree.

Sul fondo della « Cattedrale » una fenditura l’impressione che la grotta prosegua e si sviluppi ancora.

Sul lato sinistro, per un inghiottitoio quasi verticale, profondo circa 4 metri, si accede ad un cunicolo lungo circa sei metri, dispo¬ sto secondo l’asse maggiore della medesima, terminante in una pic¬ cola rotonda, chiamata del « Coccodrillo » (vedi schizzo: D).

Fu visitata, nella seconda escursione del 6 di settembre 1935, dal dottor M. D’Onofrio e dallo scrivente, che vi penetrarono sorretti da funi.

Furono osservate, anche qui, numerose stalattiti di piccole dimen¬ sioni, come gingilli cristallini, direi quasi, trasparenti, ialini, tra le quali spiccava per la bellezza, una stalattite ocracea a forma di testa di coccodrillo, che diede il nome perciò alia cc Rotonda ».

Tutta la grotta, immersa nelle tenebre più fitte, rìon presenta tracce di vita, se si eccettua qualche resto animale, non degno di rilievo, presso l’ingresso.

Vi regna un silenzio profondo, rotto solo dal tic-tac lento e mo¬ notono di qualche goccia che cade dall’alto e da un leggiero, quasi impercettibile, fruscio di acque cristalline e pure, scorrenti nelle pro¬ fondità inesplorate del monte. Fuori, invece, il mormorio del sotto¬ stante Titerno, che continua instancabile la sua azione edace tra le

meraviglie ed il a Bello Orrido », fa contrasto con la goccia d’acqua. Due eterni fattori in continua lotta: chi costruisce e chi demolisce!

In alto rimane, testimonio tra il Titemo e la goccia d’acqua, Monte Cigno, il quale, impavido, non canta l’ultimo lamento, come il bianchissimo uccello, a cui felicemente il Mastrobuoni lo para¬ gona, ma lascia invece che in ogni età si cantino le sue naturali bel¬ lezze, bellezze non di arte, ma di rocce, di grotte, di acque non sta¬ gnanti, ma fluenti, come la vita in questo estremo angolo del vec¬ chio, forte e glorioso Sannio (9).

Cerreto Sannita, agosto 1956 .

(9) Non si sono messe in rilievo le altre grotte di Monte Cigno, ch*% pur numerose, non suscitano alcun interesse particolare. Notiamo soltanto che quasi in ogni angolo della sommità si avverte la sensazione del vuoto sottostante.

Parecchie grotte, di dimensioni più modeste di quella « Chiusa », si scor¬ gono sugli altri dirupi pericolosi e quasi inaccessibili del monte. Alcune di que¬ ste servirono, come rifugio ed asilo, in epoca del brigantaggio, a quelli che in¬ festarono la nostra zona, per cui sono indicate col nome di: grotta dei briganti, grotta dei mariouli (ladri) ecc.

Una grande confusione nella toponomastica di queste grotte regna tra i con¬ tadini che indicano di preferenza: la grotta della vecchia, quella delle fate, quella delle precerosse e precejanche (pietre rosse e bianche), quella di Pietro-bene- mio, di Valentino, di Caino, ecc.

Sulla genesi del bergmilch w rinvenuto in una grotta della provincia di Taranto

Nota del scoio VINCENZO MINIERI

(Tornata del 28 dicembre 1956)

In una recente esplorazione effettuata nella grotta cc Nove Cased- de », in provincia di Taranto, il prof. P. Parenzan (1) ebbe occasione di raccogliere sul pavimento di una sala di quella cavità un sedimento bianco-giallino, caseoso, che rappresenta il risultato di un fenomeno che gli autori tedeschi indicano col nome di « bergmilch », cioè cc latte di luna » o cc latte di monte », come anche oggi suol essere chiamato.

Poiché in una mia precedente nota (2) mi ero interessato di un fenomeno analogo, riportando i risultati di uno studio che riguardava un particolare metasomatismo di calcare in fosfato di calcio, il quale si inseriva, per taluni aspetti, nel ciclo continentale del fosforo in na¬ tura ed era connesso alla genesi di peculiari depositi fosfatici sedimen¬ tari, egli volle cortesemente segnalarmi quanto aveva avuto modo di osservare ed affidarmi in istudio alcuni campioni da lui raccolti, per cui desidero ringraziarlo qui sentitamente.

Oggetto della presente nota è pertanto la ricerca sulla natura e sulle cause del predetto fenomeno, che mi offre la opportunità di confermare non solo l’ipotesi interpretativa sulla genesi di taluni fo¬ sfati sedimentari, ma mi ha altresì consentito di rinvenire un fosfato di particolare interesse, già osservato in altre grotte non italiane, la cui origine, pur inserendosi nel quadro di una situazione geologica e chimica già chiarita precedentemente, presenta qualche aspetto par¬ ticolare.

Sul problema della genesi e della natura del Bergmilch sarà op- portuno richiamare altresì le osservazioni fatte da Anelli al Y Con¬ gresso Nazionale di Speleologia (Salerno, 25-30 ottobre 1951), il qua¬ le, nel segnalare una serie di fenomeni di degradazione interna nelle Grotte di Castellana, nelle Murge di Bari, illustra appunto il feno¬ meno predetto, inquadrandone le cause cc in un’azione degradante delle pareti interne delle grotte, in un’alterazione chimica della su-

perfide rocciosa calcarea ». Si tratterebbe, secondo l’autore, di cc un disfacimento per l’azione dell’acqua di condensazione interna e deb l’anidride carbonica in essa disciolta per il quale il carbonato cab careo disciolto è asportato dallo stillicidio, rimanendo in esito un re¬ siduo calcareo argilloso insolubile ». Tale azione sarebbe connessa ad attivi scambi termici con l’esterno.

Nei tratti delle grotte ove però non è possibile si sia verificata una circolazione di due correnti di aria a temperatura diversa, l’au¬ tore ricerca la genesi di quelbinteressante formazione in altro ordine di fenomeni e cioè « nell’azione dei prodotti volatili messi in libertà dai notevoli depositi di guano di chirotteri che un tempo popolavano in gran numero i tratti interni delle grotte, spingendosi fino ad ob tre un chilometro dall’ingresso ».

« Le conoscenze sui depositi di guano dei chirotteri sono ancora assai limitate; è noto che essi contengono elementi (Ph, N) capaci di dare con l’acqua dell’umida atmosfera sotterranea (prossima alla sa¬ turazione) composti aventi un’azione solvente sulle rocce calcaree, così da lasciare in sito un residuo calcareo argilloso, insolubile, bian¬ chissimo o di colore ocraceo più o meno intenso in presenza di ferro allo stato di ossido o di idrossido ».

La grotta « Nove Casedde » è ubicata nella parte occidentale della Penisola Salentina, che nella monografia del De Giorgi (3) è compresa nell’ambito della decima zona ed è traversata geografica¬ mente da NW a SE da tre serie orografiche, delle quali, quella che rappresenta la diramazione dei monti di Martina Franca è interessata dai fenomeni carsici più notevoli. In tale zona la serie stratigrafica comprende i seguenti termini, dal basso in alto:

1) Calcari ippuritici del Cretaceo superiore e medio;

2) Argille azzurre fossilifere del Pliocene;

3) Sabbioni calcarei del Pliocene;

4) Argille con sabbiosità crescente verso l’alto del Quaternario.

Il sedimento analizzato si presenta, allo stato in cui è stato os¬ servato e raccolto nella grotta, di consistenza molle, caseoso, di colore bianco-gialliccio; seccato in stufa a 110° si trasforma in una polvere untuosa, leggera, senza presentare alterazione alcuna nella tinta.

Nella tabella riporto l’analisi chimica eseguita ed i relativi cal¬ coli che se ne deducono per l’interpretazione della natura del se¬ dimento.

ai

Quantità di P2 Os

les. Ifls.

0.60

Rapporti molecolari

necessaria

Si02

4.25

per saturare le basi

A1303

18.15

P,0, CaO = 0.169

0.056

Fe2Oa

0.30

0.261 A1203 1 0.178

0.178

CaO

9.50

Na.,0 = 0.022

0.007

MgO

0.15

K,Ò =0.004

0.004

NaoO

1.33

MgO = 0.003

0.001

KoÒ

0.42

CÒ,

ass.

0.246

P205

37-10

HX>-

4.25

BLO+

24.00

Totale

100.05

Come

risulta dai calcoli

effettuati, considerando

da una parte

la quantità di P205 presente e dall’altra quella delle basi presenti (CaO, A1203, Na20, K20, MgO), si osserva che la quantità teori¬ ca di P203 richiesta è inferiore a quella rinvenuta nell’analisi. Se ne deduce quindi che una parte dei fosfati presenti è necessariamente sotto forma di fosfati acidi.

L’analisi chimica è stata eseguita operando su un grammo di sostanza ed applicando il metodo di Reynoso, consigliato da Tread- well (4) e già descritto nella mia precedente nota (2); l’acido fo¬ sforico è stato determinato a parte, sempre su un grammo di sostanza, come pirofosfato di magnesio, dopo averlo precipitato come fosfo- molibdato ammonico, in soluzione nitrica.

I dati analitici ottenuti consentono di interpretare il sedimento della grotta cc Nove Casedde » come una miscela di fosfati di allumi¬ nio e calcio idrati, del tipo di quelli rinvenuti da Gautier (5) e da Carnot (6), rispettivamente nella grotta di Minerva in Francia ed in una grotta dell’Algeria.

La presenza del CaO rappresenta il risultato di una reazione, re¬ lativamente poco prevalente nella genesi del sedimento, delle acque permeanti le pareti calcaree, lievemente acidule, che contengono di¬ sciolte quantità non eccessive di calcare allo stato di bicarbonato di calcio, di guisa che tale sale, trasformato in fosfato, arricchisce quel¬ lo di alluminio idrato, che prevalentemente si è formato.

Di notevole interesse comunque appare la presenza, nella grotta considerata, di questo fosfato di alluminio e calcio, che non avevo rinvenuto nel sedimento che rivestiva le pareti della grotta Zinzu- lusa (2). L’ipotesi più fondata per spiegarne la genesi, sembra es¬ sere l’assorbimento selettivo, da parte dell’idrossido di alluminio col-

82

loidale dell’argilla di fondo residuo di una dissoluzione incom¬ pleta delle rocce della grotta diffusa sul pavimento di quella ca¬ vità, dei fosfati ammonici derivati dai prodotti del guano, che si rin¬ vengono in varie sale della grotta.

Il fenomeno particolare di tale metasomatismo rientra anche qui nel ciclo continentale del fosforo in natura ed il particolare ambiente della grotta richiama, anche nella genesi di tale fosfato, alcune rea¬ zioni già indicate per spiegare l’origine di taluni fosfati sedimentari.

La materia organica, difatti, accumulatasi nella grotta nel corso del tempo, subisce, ad opera di batteri, una prima decomposizione in prodotti ammoniacali ed in composti fosforati fissi e volatili (fase di riduzione). Successivamente, sempre ad opera di batteri, l’ ammo¬ niaca viene ossidata ad acido nitrico ed i composti fosforati ad acido fosforico (fase di ossidazione). Lo stesso fosforo legato ai composti coniugati si trasforma in definitiva in fosfato ammonico, composto assai solubile, che circola con le acque ed esercita la sua notevole azione metasomatica sui sedimenti che sono accumulati nelle grotte.

Nel carso particolare in esame, l’argilla di fondo ha fornito l’al¬ lumina necessaria alla genesi del fosfato di alluminio e le soluzioni calcaree il calcio, che si riscontra sia pure non in prevalente quan¬ tità. Il ciclo di passaggio del fosforo dal mondo organico a quello inorganico assume quindi, nella genesi di questo sedimento, un aspet¬ to identico nelle linee generali già intraviste per analoghe formazioni e soltanto una particolare peculiarità per la roccia che ha fornito il gel d’allumina, indispensabile alla formazione del fosfato insolubile.

L’analisi eseguita consente pertanto, in definitiva, di concludere che il « bergmilch » della grotta cc Nove Casedde » è una miscela di fosfato di alluminio e calcio idrato, la cui genesi è stata favorita dal particolare ambiente geologico e chimico della grotta, inseren¬ dosi peraltro nel quadro di alcuni processi sedimentari, che, nel tem¬ po e nello spazio, possono originare notevoli depositi fosfatici, inte¬ ressanti non solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello dell’applicazione pratica.

Napoli , Istituto geo-paleontologico dell’ Università, aprile 1956.

83

BIBLIOGRAFIA

1) Pakenzan P., La grotta Nove Casedde in provincia di Taranto . Rass. Speleol. Italiana (in corso di stampa).

2) Minieri V., Aspetti geochimici di una particolare trasformazione del carbo¬ nato in fosfato di calcio nella grotta della Zìnzulusu (Lecce). Rend. A oc. Se. fis. e mat., s. 4a, voi. XXI. Napoli, 1954.

3) De Giorgi C., Descrizione geologica e idrografica della provincia di Lecce Lecce, 1922.

4) Treadwell F. P., Trattato di chimica analitica . Voli. I e IL Milano. 1949.

5) Gautier A., Sur un gisement de phosphates de chaux et d’alumine contenant des espèces rares ou nouvelles et sur la genèse des phosphates et nitres na- turels. Annales des Mines, Mem. V, 1894.

6) Carnot A., Sur un gisement de phosphates d’allumine et de potasse, trouvé en Algerie, et sur la genere de ces minéraux. Comptes Rend. de l’Acad. des Se., t. 121, sem., pag. 151. Paris, 1895,

Analisi chimiche

di alcune dolomie della costiera amalfitana

Nota del socio RENATO SINNO (Tornata del 28 dicembre 1956)

Per quanto riguarda l’Italia meridionale ed in particolar modo la regione campana, gli studi petrografìci e chimici sulle rocce erut¬ tive sono certo molto numerosi, e diversi Autori, in tempi sia lontani che vicini, ci hanno fatto conoscere con i loro studi analitici la com¬ posizione chimica di queste rocce. Ma se la letteratura annovera tanti studi sulle rocce eruttive, non può ascriverne certamente altrettanti sulle rocce sedimentarie, le quali, per lo meno analiticamente, sono state quindi trascurate.

Se per esempio si considerano gli studi analitici compiuti sulle rocce presenti nella zona di Amalfi, le analisi più antiche e, per quan¬ to mi consta, uniche, riguardanti la dolomia di questa zona, rimon¬ tano al 1856. Esse, effettuate da M. Abich, vennero riportate in una descrizione geologica della penisola sorrentina dovuta a M.C. Pug- gard (1), e riguardano precisamente la dolomia cristallina a grana grossa di Amalfi (Analisi A) e la dolomia nera di Minori al passaggio tra la dolomia ed il calcare stratificato (Analisi B). Riporto testual¬ mente i dati analitici rinvenuti da Abich.

a B

CaC03 56.57 54.10

MgCOg 43.43 39.00

Fe203 A1203 0.94

SI02 e sost. bit. 5.25

Allo scopo di apportare un più moderno contributo analitico, avendo avuto in questi ultimi tempi la possibilità di recarmi in co-

fi) Puggard M. C. Déscription géologique de la penisule de Sorrento. Boll. Soc. géol. de France, Serie 2a. Voi. XIV. Parigi, 1856.

stiera amalfitana, ho creduto opportuno di iniziare uno studio chimi¬ co proprio sulle rocce presenti nella zona di Amalfi, raccogliendo diversi campioni ai confini occidentali della città, precisamente nei dintorni dell’albergo ;S. Caterina che, a livello della strada costiera, sorge ad un’altezza di cinquanta metri circa sul livello del mare.

L’area oggetto del presente studio viene quindi ad essere deli¬ mitata nella sua porzione settentrionale dal tracciato della strada costiera ed in quella meridionale dal mare, su cui la parete rocciosa si erge a picco per un’altezza di oltre cinquanta metri. Per giungere dal piano dell’albergo alla base della roccia affiorante occorre supe¬ rare tre dislivelli rispettivamente situati a circa cinquanta, trenta e quindici metri circa sul mare: dei tre il più sensibile è esattamente l’ultimo.

Quando si osserva questa parete a picco sul mare si nota im¬ mediatamente che l’erosione, per quanto notevole nella parte supe¬ riore, è ancora più evidente in quella inferiore ove, accanto all’azione delle acque superficiali o profonde, si è aggiunta quella del mare che ha notevolmente contribuito alla formazione di grandi archi na¬ turali, di profondi solchi e di altrettanto profonde gallerie. A parte questa caratteristica, la parte rocciosa, entro un limite di una diecina di metri dal livello del mare, si presenta attraversata da tanti piccoli fori attraverso i quali fuoriescono piccoli getti di acqua dovuti ai- l’infiltrazione delle piogge che cadono sulle alture circostanti e che vanno ad alimentare la circolazione sotterranea, affiorando in quei punti ove la posizione degli stati, e soprattutto Talterazione chimica, ne permette l’affioramento.

Ad occhio nudo la roccia si presenta con evidente cristallinità : è di colore grigio chiaro, enormemente compatta, molto resistente ai colpi del martello e quando viene percossa emana forte ed acre odore di sostanze bituminose. Qualitativamente le reazioni del calcio, del magnesio e dell’anidride carbonica, per cui bisogna ascrivere la roccia, almeno per questi caratteri osservati, alla categoria delle rocce dolomitiche.

Ho creduto opportuno vedere se malgrado la uniformità la do¬ lomia avesse presentato qualche variazione nella composizione chi¬ mica. A tale scopo ho raccolto tre campioni a tre diverse altezze, ove le condizioni della parete lo permettevano con un pericolo minore, eseguendo le analisi chimiche che riporto nella tabella seguente. Pre¬ cisamente le analisi riguardano:

1) Roccia dolomitica della costiera amalfitana (zona dell’ Al-

86

bergo S. Caterina) affiorante a dieci metri di altezza sul livello del mare (An. Sinno);

2) Roccia dolomitica appartenente alla medesima parete di cui sopra, ad un’altezza di 30 metri sul livello del mare (An. Sinno);

3) Roccia dolomitica sempre appartenente alla stessa parete, raccolta ad un’altezza di circa cinquanta metri sul livello del mare (An. Sinno).

*

2

3 '

Res. Insol.

0.65

1.35

1.68

Si02

0.25

0.50

0.40

Ti02

tracce

tracce

tracce

ai2o3

0.35

0.25

0.88

Fe203

0.45

0.40

0.34

MnO

tracce

tracce

tracce

CaO

29.80

32.00

31.80

MgO

20.50

18.60

18.50

SrO

0.01

0.01

0.01

co2

46.02

45.60

45.52

P205

0.35

0.35

0.32

h2o

1.60

0.98

0.57

Sost. org.

tracce

tracce

tracce

99.98

100.04

100.02

Quale termine di confronto riporto l’analisi di una dolomia i ac¬ colta a Mignano (Cassino) ed analizzata dal Prof. Scherillo. Preci¬ samente trattasi della:

4) Roccia dolomitica raccolta a Mignano (Cassino) lungo il trac¬ ciato della galleria idroelettrica Mignano-Rocca Pipirozzi (comu¬ nicazione privata: An. Scherillo).

87

Si02

0.12

TiOa

assente

A1203

tracce

Fe203

0.14

MnO

assente

CaO

31.57

MgO

20.35

C02

47.26

p205

tracce

H20

0.28

Sost. org.

assenti

99.72

Partendo dai risultati analitici ottenuti ho calcolato le percen¬ tuali di CaC03 e di MgGOs presenti nelle dolomie analizzate:

Percentuali

l

2 3

4

CaC03

53.20

57.10 56.80

56.4

MgCOs

43.00

39.06 38,80

42.8

Da queste percentuali ho calcolato i rapporti molecolari, tenendo

presente quello teorico della dolomite. Essi sono risultati

i seguenti:

Rapp. molec.

Teor.

12 3

4

CaC03/MgC03

1:1

1:0.96 1:0.81 1:0.81

1:0.90

L’analisi chimica quantitativa ha quindi confermato che la pa¬ rete rocciosa studiata nella zona antistante all’albergo S. Caterina sulla costiera amalfitana è costituita da una tipica dolomia. Osser¬ vando i valori analitici si può concludere che la purezza della dolo¬ mia va diminuendo in misura che si procede dal livello inferiore (quello del mare) a quello superiore (livello della strada costiera).

Istituto di Mineralogia della Università di Napoli. Dicembre 1956.

Commemorazione

del

Prof. Mons. Giovanni Battista Alfano

letta dal socio ANTONIO PARASCANDOLA

(Tornata del 28 dicembre 1956)

/: ' : -

'

Nelle prime ore del mattino del 27 dicembre dello scorso anno Giovanni Battista Alfano rendeva, dopo sofferenze sopportate a lungo con cristiana rassegnazione, l’anima sua bella al Suo Creatore. La¬ sciava, e lascia, nel più profondo dolore i parenti, gli amici, i di¬ scepoli, quanti l’avevano conosciuto, amato, ammirato.

Avremmo voluto vederlo ancora pallido, macilento, stanco, sem¬ pre al suo posto di lavoro dietro la sua scrivania, sorridendo anche nelle sofferenze, consigliando, beneficando.

Oggi che lo commemoriamo compie un anno da che noi, pieto- samente, affidammo ciò che di mortale Egli aveva, alla madre Terra pietosa.

Difficile compito è parlare di una figura così mite, poliedrica, buona quale fu Monsignor Giovanni Battista Alfano. Doloroso com¬ pito è per me parlare di Lui, perchè gli sono stato vicino per lo spa¬ zio di trentaquattro anni; la vita, si può dire, di un uomo.

Questo nostro sodalizio ha voluto scegliere me fra tanti, che avrebbero potuto pur parlarne con adeguata competenza, perchè fra gli alunni di Alfano, a Lui tutti affezionatissimi, io sono rimasto a Lui più vicino continuamente, per una simpatia di spirito resa più forte dal legame degli studi stessi che ci attraevano. Egli fu mio maestro, non sui banchi di una scuola; fui io che lo prescelsi a mae¬ stro, fui io a cercarlo assetato di conoscenza, desideroso di dissetarmi alla sua fonte, nutrirmi alla mensa del suo sapere, dovunque sco¬ vandolo. Fu Egli a soffiare sulla scintilla che mi animava, ed accese in me in quegli anni primi della giovinezza piena di entusiasmo, il fuoco della ricerca che Egli ha sempre alimentato.

Sicché è dai primi mesi del 1921, studente del liceo, (e siamo

al 1956) che ebbi la fortuna di essere alunno di Alfano; suo disce¬ polo per mia elezione.

Come ho conosciuto Alfano? Ne sentivo parlare dai miei amici suoi alunni, dal mio maestro di Scienze Naturali del liceo. Ero tanto desideroso di incontrare questo Sacerdote che dal moto degli aghi dei suoi apparecchi interpretava i tremiti della terra, che guar¬ dava i monti fumanti e leggeva nel loro cuore e che più di ogni altro era in grado di intendere e sentire quanto è scritto nei Sacri Libri:

« Guarda la Terra e la fa tremare, tocca i monti e questi fumano » (1).

Fu così che in un pomeriggio del marzo 1921 (frequentavo il terzo liceo, ed era di mercoledì) aspettai al varco Alfano che usciva dal Seminario Maggiore; mi presentai a Lui e fui accolto con tanta paterna benevolenza che si accrebbe di più quando conobbe la ra¬ gione della mia visita. L’accompagnai fino a casa, mi diede tanti con¬ sigli, mi parlò di tanti argomenti interessanti: ricordo tutto ciò che mi disse, anche a distanza di anni. Da quel giorno non mi staccai più dal suo fianco, divenni la sua ombra. Come potevo, correvo da Lui, o a casa o al Seminario : forse ero fin troppo assillante. Ero ca¬ pace di scovarlo dovunque fosse e di superare le barriere dei divieti finanche quando si rinchiudeva a studiare sulla storia di S. Gennaro e del Vesuvio nella biblioteca dei Gerolomini, compulsando e medi¬ tando.

Come rimanevo male quando non riuscivo a trovarlo: « Quesivi illum et non inveni » (2); e ritornavo mesto a casa. Lo seguivo nelle conferenze; sovente recandomi a fargli visita al Seminario, nell’at¬ tesa che fosse uscito dall’aula, non avendo il coraggio di entrare, mi fermavo ad ascoltare dietro la porta le sue lezioni sulla Cosmogonia Mosaica, che poi costituirono l’opera alla quale tra breve accennerò. AlLora di colazione si usciva insieme a quell’uomo di santa memo¬ ria, Mons. Gennaro Aspreno Galante, colonna dell’Archeologia Sa¬ cra Napoletana, dotto, pio, simpatico vecchietto dallo sguardo tanto puro e tanto mite; ci recavamo al vicino Caffè Uccellò, ed ognuno sedeva al suo solito posto: io vicino a Monsignor Alfano; ascoltavo così le loro dotte conversazioni e ne rimanevo nutrito ed edificato.

Era nato l’8 dicembre 1878, da Giovanni Battista e da Concetta Nicotera. Fu di salute cagionevole fin dalla nascita, e piuttosto alieno

(1) Respicit terram et facit eam tremere, taiigit montes et fumigant P. Sah 103, 32,

(2) Cant. cantic., 3, 1-2.

.

90

da giochi infantili. All’età di 11 anni, il 19 giugno 1889, secondato dal padre nella sua vocazione sacerdotale, entrò nel Seminario Pic¬ colo di Napoli. Era di carattere vivace, ma i maestri gli volevano molto bene perchè contenti del profitto. Passò poi al Seminario Mag¬ giore per gli studi liceali e sacerdotali, eccellendo sempre per pietà, c per zelo nello studio. Col volgere degli anni Egli si polarizzò verso le scienze fisiche, matematiche e naturali, molto distinguendosi, per cui durante il periodo del diaconato sostenne brillantemente la prova di un saggio pubblico su cento tesi di Fisica, Matematica e Scienze Naturali davanti a professori Universitari.

In conseguenza di ciò il Cardinale Giuseppe Prisco volle pre¬ miarlo anticipandogli di un anno l’ordinazione sacerdotale, (20 di¬ cembre 1901) poiché ancora giovane per il conferimento di tale or¬ dine sacro.

Conseguì la laurea in Scienze Naturali il 19 giugno 1906, disser¬ tando in anatomia comparata con quel maestro del sapere, educatore di generazioni di giovani, che fu e rimarrà sempre nella nostra me¬ moria, Antonio Della Valle. Pur amando le Scienze Naturali così vaste, egli ebbe una particolare predilezione per gli studi delle forze oscure della Terra, per cui si legò subito con affetto a quel colosso della Vulcanologia, Giuseppe Mercalli, che l’ebbe discepolo amatis¬ simo. L’Alfano si dette a coltivare, quindi, in particolar modo gli studi sismici e vulcanologici, volgendo la sua particolare attenzione, così come il suo maestro, al Vesuvio.

Nel 23 ottobre del 1907, si verificò una frana al Vesuvio e si ge¬ nerò una piccola scossa; il Mercalli chiamò l’ Alfano per essere ac¬ compagnato all’Osservatorio Pio X in Valle di Pompei, e fu presen¬ tato dallo stesso Mercalli alla Prelatura del Santuario come più che idoneo a reggere le sorti di quell’Osservatorio. La sera stessa di tal giorno, l’apparecchio nuovo ivi installato fu collaudato dal terremoto rovinoso di Fer ruzzano.

Il 26 ottobre 1907, l’ Alfano assunse la direzione dell’Osservatorio di Pompei ed ivi stette fino al 1933, anno in cui l’Osservatorio fu, per ragioni di nuova edilizia, smontato per poi essere rimesso nei nuovi edifici; durante tale periodo curò la pubblicazione delle osser¬ vazioni mediante il Bollettino Meteorico Geodinamico.

Sotto la direzione di Alfano, l’Osservatorio di Pompei ricevette un energico impulso vitale.

Volendo che l’Osservatorio fosse il più che possibile adatto allo studio delle varie manifestazioni sismiche, ottenne di poterlo restali-

- -

91

rare e lo trasferì in più ampio ed adatto locale, e, usufrendo dell’of¬ ficina dell’Ospizio, con l’opera di meccanici provetti, giovani dello Ospizio stesso, modificò ed opportunamente orientò apparecchi esi¬ stenti, rendendoli maggiormente efficienti al loro scopo, e ne costruì, dopo accurati studi, di nuovi da lui ideati.

Fra i criteri direttivi nella costruzione di tali apparecchi ebbe anche di mira il poter rilevare le minime scosse del vicino Vesuvio, le repliche dei macrosismi dell’Appennino ed i microsismi prodotti dall’agitazione del vicino mare. Per ovviare agli inconvenienti che presentavano i pendoli cc Omori » - cc Alfani », costruì un apparecchio per registrare i macrosismi locali, che avesse le caratteristiche: pe¬ riodo più lungo di quello che abitualmente hanno le vibrazioni di scosse locali, o quasi locali, piccolo ingrandimento esterno e di con¬ seguenza masse leggere, notevole velocità della zona registratrice.

Tale apparecchio fu chiamato cc Microsismografo Denza » in omaggio al P. Denza, fondatore dell’Osservatorio. Un secondo appa¬ recchio costruito da Alfano fu quello destinato a registrare le scosse leggere provenienti dal Vesuvio e che denominò <( Microsismografo Vesuvio ».

Per la registrazione di microsismi di provenienza qualunque, co¬ struì altri due apparecchi: uno per la componente NS, che chiamò cc Pendolo Mercalli » in omaggio al suo maestro venerato; l’altro per la componente EW, per la registrazione dei terremoti più frequenti provenienti dall’E, che chiamò cc Pendolo Navarro Neumann » in omaggio a tale Sismologo per i saggi consigli che ricevette da questi nel realizzare tale strumento.

Costruì poi un altro apparecchio che potesse concorrere anche esso ad individuare la direzione delle scosse. Dotò l’Osservatorio di altri strumenti; difatti costruì, con qualche opportuna modifica, una vasca del tipo di quella di Grablovitz, ed anche un bipendolo cc Aga¬ mennone », un sismografo a doppio effetto, e vari sismoscopi cc Cec- chi-Bertelli ». Apportò quindi un notevole contributo all’attrezzatura sismica dell’Osservatorio da Lui diretto.

Un’opera di grande importanza durante tale periodo fu la istitu¬ zione di un Museo Vesuviano che raccogliesse i prodotti del nostro Vesuvio, le antiche stampe, le pubblicazioni e tutto quanto l’incuria dell’uomo o l’ira del vulcano avesse potuto distruggere. Così sorse una bella ed interessante collezione di minerali vesuviani e di lave di eruzioni varie, di ceneri, di stampe e di tutto quanto fosse perti¬ nente al Vesuvio.

92

Queste raccolte hanno una grande importanza, perchè il Vesu¬ vio ricopre, sovente, i prodotti delle precedenti eruzioni, sottraendoli alle investigazioni degli studiosi.

L’Osservatorio di Pompei può quindi dividersi in tre sezioni: Sezione geodinamica, Sezione meteorica. Museo Vesuviano. Questa ultima Sezione fu una esclusiva iniziativa di Alfano; raccolse Egli personalmente minerali e lave, e tutto quanto potesse illustrare la storia del nostro Vesuvio.

Non poche fatiche, poca moneta gli costò tale istituzione.

L’inaugurazione del Museo fu fatta il 15 ottobre del 1911; diceva Egli che quello fu uno dei giorni più belli della sua vita. L’opera ini¬ ziata da Alfano andrebbe però continuata; il Museo Vesuviano do¬ vrebbe riprendere tutta la primitiva efficienza con l’arricchimento delle produzioni vulcaniche, e l’Osservatorio Meteorico-Geodinamico dovrebbe ritornare alla primitiva piena attività.

Durante questo periodo Egli pubblicò per i tipi delLHoepli, quello aureo manualetto di Sismologia a tutti noto. Fu al ritorno da Messina, dove si era recate» in occasione di quel terremoto, che il Mercalli Lo invitò a scrivere tale opera.

Alfano ha diretto anche la Stazione Sismica dell’Istituto Vulca¬ nologico Friedlànder al Vomero; quando questi abolì il suo istituto donò gli apparecchi al Seminario Maggiore di Napoli perchè qui po¬ tesse prosperare, sotto la direzione di Alfano, un nuovo Osservatorio. Durante questo periodo ebbe anche l’incarico di osservatore alla Spe¬ cola Meteorica delLIstituto di Igiene dell’Università di Napoli.

Alfano era dotato di una vitalità così piena che faceva contrasto con il suo debole fisico, aveva tale acuto spirito di osservazione, va¬ stità di vedute, pienezza di sapere, maturità di idee; nei problemi che affrontava sapeva così bene, per risolverli, mettere a profitto le co¬ gnizioni delle varie discipline; tanto sentiva il bisogno che le cono¬ scenze della scienza fossero divulgate e venissero in aiuto della cul¬ tura religiosa, della fede, della morale; tanto desiderava che tali co¬ noscenze non restassero sterile ed egoistico cumulo di nozioni, ma che a profitto della umanità fossero venute; per cui non poteva li¬ mitarsi, per tutta la sua vita, ad un determinato campo di indagine. Doveva Egli dare ampio sfogo al suo spirito: trahet sua quemque vo- luptas (1); sicché la sua attività prolificò in modo da produrre tanti lavori, alcuni dei quali in campi così diversi l’uno dall’altro che pos¬

ti) Virg. Egl., II, 65.

sono così ripartirsi: sismologici, vulcanologici, geofisici e meteorolo¬ gici, biologici-filosofici, apologetici-polemici, metapsichici, didattici.

I lavori di Vulcanologia sono particolarmente diretti al Vesuvio del quale Egli conosceva così bene le vicende nei più minuti partico¬ lari, dai più remoti tempi al presente. Ereditò per questo nostro Vul¬ cano lo stesso affetto del suo maestro Mercalli. Ha studiato Fincendio Vesuviano del 1906; la questione della produzione dei fori circolari nei vetri in occasione di quella eruzione; ha trattato delle cause che determinano la traiettoria dei detriti del Vesuvio durante le sue eru¬ zioni; dello stato del Vesuvio dal 1906 al 1914.

Un lavoro di grande paziente ricerca ed illuminata critica, che Gli costò molta fatica, è quello riguardante le eruzioni del Vesuvio tra il 79 ed il 1631, rifacendo il ciclo vitale del Vulcano in un periodo così oscuro per gli studiosi. Trattò anche delle eruzioni del Vesuvio e le fasi lunari.

Una pregevole e nutrita memoria è quella sulla epigrafìa vesu¬ viana che va dalle più antiche iscrizioni alle recentissime. Sono ben 95 epigrafi personalmente, in situ, controllate da Uui. Si occupò an¬ che della eruzione del Vesuvio dal 3 al 6 giugno del 1929.

Pregevole lavoro è anche quello cc Sulla successione dei crepacci eruttivi sui fianchi del Gran Cono vesuviano ». Sempre stando nello ambito vesuviano, si occupò della tanto agitata questione sulla cc Re¬ tina o Rectina », se sia stata una città ovvero una Matrona Romana, dimostrando trattarsi di quest’ ultima. Si occupò anche di topo¬ grafia antica vesuviana discutendo del sito dell’antica Ercolano, che Egli riteneva essere dove in effetti è.

Fin dal 1922, aveva preparato un manoscritto sulla storia del Vesu¬ vio in grande, di circa 250 pagg. che mi diede a leggere. Voleva stamparlo e ne parlò a Friedlànder: ma questi aveva altra idea; vo¬ leva, cioè, pubblicare un volume sulla storia del Vesuvio, illustrata dai documenti coevi. Insieme discussero le stampe antiche e purtrop¬ po Alfano dovette sacrificare ed adattare il testo al fine dell’opera.

II lavoro uscì pregevole, ma Alfano si doleva sempre di tale mu¬ lilazione. L’opera è divenuta rarissima perchè con i bombardamenti bellici si distrusse interamente la casa editrice in Germania.

Ma Alfano non si arrese e cullò sempre la speranza di pubbli¬ care l’opera completa. Ma come avviene in questi casi, col tempo le opere lievitano. Sicché riprese lo studio in mia collaborazione e ne

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è risultato un lavoro voluminoso, completamente rifatto e riccamente illustrato (1).

L’opera, divisa in quattro parti, comprende 87 capitoli. È il più completo studio, debbo pur dirlo, che sia stato fatto sul monte Vesu¬ vio; è in attesa dell’editore che lo pubblichi.

Nei suoi lavori biologici si occupa dei limiti entro cui l’ambien¬ te possa modificare la specie, della importanza della legge biogene¬ tica dell’Haeckel, che sottopose a minuta critica, e di un nuovo indirizzo da poter dare allo studio delle teorie evoluzionistiche. In¬ teressantissima è la nutrita pubblicazione: « Sguardo storico e scien¬ tifico sulla origine delle specie », che fu molto apprezzata (2).

Un lavoro di sommo interesse per ia sua originalità è quello sulla « Cosmogonia mosaiea e Cosmogonia Naturale ».

Aveva cominciato Alfano a trattare questo argomento in brillan¬ tissime conferenze e lezioni, che poi, riviste, aggiornate, elaborate, produssero l’opera predetta, tutt’ora consultata dagli studiosi con profitto.

Vi è stato qualche recente lavoro sulla Cosmogonia mosaiea ma non eguaglia quella di Alfano, perchè lo scrittore non è sacerdote e naturalista insieme. In questa opera Alfano si dimostra continuatore di quanto Stoppani aveva già lasciato in eredità agli studiosi. In que¬ sto lavoro il nostro Alfano rivela, fra l’altro, un profondo studio dei Padri. È una trattazione equilibratissima; con mirabile ordine, l’Al- fano ci conduce dal primo Fiat all’Uomo, mettendo in evidenza come tutta la creazione sia la Epifania del Verbo, per il Quale tutto è stato fatto. In tutto lo svolgimento del lavoro l’Alfano ci mostra Colui il quale era inteso all’opera della Creazione., componendo insieme gli elementi, facendo brulicare la vita nell’acqua, sollevandola nell’aria, movendola su la terra. Egli ci fa vedere gli animali che cimentavano le prime acque (3), che sperimentavano i primi climi, perchè tutto era fatto nell’attesa dell’Uomo per il quale la Sapienza divina divenne l’Emanuele, perchè con gli uomini voleva abitare e abita (4).

Ma ancora un altro genere di studi del tutto dai precedenti di¬ verso ha occupato la mente di Alfano. Sono precisamente gli studi di

(1) L’opera consta di oltre 850 pagine dattiloscritte in con 100 figure, una carta geologica ed una sismica.

(2) Alfano aveva pur fatto diverse conferenze su questo argomento che rac¬ colte, ordinate, accresciute, costituirono l’opera di cui sopra.

(3) Ps., 103, 21-27.

(4) Prov., 8-31.

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metapsichica e di metafisiologia, che egli in ponderoso volume trattò già nel 1932. Di spiritismo egli dissertò e polemizzò difendendo il mi¬ racolo di S. Gennaro dagli attacchi di Zingaropoli e Cavalli. Pub¬ blicò anche una (c Piccola enciclopedia delle scienze occulte ». Matu¬ rando sempre negli studi, produsse di recente, pochi mesi prima che si ammalasse, un’opera veramente classica di Metapsichica dal titolo cc Lo spiritismo... questo mistero - quesiti e risposte ». Questa opera gli costò molta fatica; la tirava su, si può dire coi debiti, la stampa; voleva vederla finita tale opera, prima del suo trapasso. La Radio¬ estesia anche fu oggetto di suo accurato studio.

L’Alfano, visto poi il disorientamento provocato dalle teorie di nuovo rimesse in circolazione sul « Rincarnazionismo » e che fanno proseliti, ha chiaramente trattato di questo argomento in una pub¬ blicazione dal titolo: « La Rincarnazione - errore antico e moderno ».

Passando ancora in diversissimo campo, ma sempre con sostanza di naturalista e di Sacerdote, ha trattato anche di due delicatissimi argomenti oggi tanto in voga: uno su cc La continenza periodica nel matrimonio », e l’altro su « La fecondazione artificiale della donna ».

Un’opera affine, laboriosa, già pronta per la stampa è la Medi¬ cina Pastorale, che ha il pregio di essere scritta da un sacerdote na¬ turalista e risponde ad una sentita necessità per gli studiosi, del Clero, di tale argomento. Un’opera pure proma per la stampa è « La Vita di Gesù narrata dagli Evangeli », la quale completa, per il modo come è condo tta, una lacuna in questo campo.

Egli ha ben illustrato la geografia e la geologia palestinese, per lumeggiare l’ambiente naturale in cui visse Gesù, dando quindi particolare riguardo alla cronologia della Sua vita, È un’opera molto originale, che non ricalca le solite, quantunque sempre pregevolis¬ sime vite di Gesù, proprio perchè scritta da un naturalista.

È, quindi, di particolare interesse, per le persone colte, costi¬ tuendo una preziosa miniera di utili notizie, il tutto inquadrato in un armonico componimento . Questa opera è affidata per la revisione al suo discepolo, prof. mons. Antonio Zama.

Per la storia dell’Arte Egli aveva una spiccala tendenza. Fin quando le forze glielo hanno consentito, ogni anno si concedeva un breve periodo di vacanze e si recava peregrinando per le varie re¬ gioni d’Italia per conoscere le bellezze sia dell’arte che della natura. Da questa sua inclinazione nacque « Il Ritratto di Gesù nella Storia e nell’Arte », opera ancora inedita ma affidata alle cure del prof. Mons. Enrico Tarallo, suo carissimo ed indivisibile amico.

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Egli ne aveva, però, iniziata la pubblicazione a puntate su di una rivista (1).

Un genere di studi che Alfano aveva molto a cuore, quanto quelli vesuviani e che molto impegnarono la sua attività, furono quelli sul Sangue del Patrono di Napoli, il Martire Gennaro. Egli soleva dirmi che dal 1631 in poi la storia del Vesuvio andava di pari passo con quella di S. Gennaro. Questi studi furono condotti in collaborazione con il medico dott. Antonio Amitrano, suo carissimo amico.

L’opera classica sul « Miracolo di S. Gennaro », ebbe due edi¬ zioni : la prima nel 1924, e la seconda, ampliata, nel 1950. Negli ul¬ timi anni, non potendosi muovere da casa con facilità, pregava me di riferirgli le modalità del miracolo, e in ispecie per quello che ri¬ guardava la pietra che è nel Tempio di S. Gennaro a Pozzuoli, presso la Solfatara, macchiata del Sangue del Martire. Ciò io facevo con grande piacere. Egli soleva dirmi che era contento di avermi instil¬ lato due affetti: San Gennaro e il Vesuvio.

Nel 1951, quattro anni prima che ci lasciasf3e, diede alla luce un altro classico lavoro, frutto di lunghe e pazienti ricerche per le varie città d’Italia, negli archivi e nelle biblioteche, un’opera cioè, trattata da naturalista e da credente, ossia le « Notizie storiche ed os¬ servazioni sulle reliquie di Sangue conservate in Italia e particolar¬ mente a Napoli ». L’opera, in 8°, consta di ben 428 pagine.

Tutto Egli raccoglieva nelle sue peregrinazioni, tutto annotava.

Sono rimasti inediti alcuni lavori divulgativi non privi di origi¬ nalità; ad es. cc Come si compila il calendario», «L’abitabilità dei ! Mondi », « I miracoli Eucaristici: documentazione storica e scienti¬ fica ». Quale straordinaria attività! Con gli anni le forze in Lui an¬ davano affievolendosi, mentre le risorse della mente e dello spirito aumentavano !

Scrisse pregevoli libri didattici, di Scienze Naturali, di Chimica e di Geografia, tutti ammirevoli per la chiarezza della esposizione. Scrisse anche su giornali e riviste varie, sempre per educare.

Fu Socio e Segretario deH’Accademia di S. Pietro in Vincoli, dal 1913. Membro della Società Sismologica Italiana dal 1919, della Pon¬ tificia Accademia dei Nuovi Lincei dal 1911, della Società Italiana del Progresso delle Scienze dal 1919, della Società Meteorologica Italiana dal 1912, della Società degli Spettroscopisti dall’anno 1920.

Al nostro sodalizio apparteneva dal 1913.

(1) Luce Serafica. Portici, Anno XXVII, N. 1, 2, 7-8.

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GIOVANNI BATTISTA ALFANO

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L’Alfaiio era pervaso fortemente dallo spirito di carità, Egli in un solo amplesso abbracciava con armonica fusione Dio, uomini, cose. Egli aveva ben compreso che, anche possedendo tutta la scienza degli uomini e tutte le lingue, niente sarebbe valso senza l’amore; sicché passò la sua vita beneficando tutti: parenti, alunni, amici; chi ma¬ terialmente e chi spiritualmente, chi con ambedue le risorse: la spi¬ rituale e la materiale. Dava tutto ciò che poteva senza limitazione, proprio Lui che aveva tanto bisogno; si toglieva del proprio limitan¬ dosi in tutto, privandosi anche di ciò che non avrebbe dovuto, pur di sollevare una sofferenza.

Non si faceva allettare dalle ambizioni; rimasto vuoto sotto la di¬ rezione di Eugenio Scacchi, molti anni or sono, il posto di assistente presso l’Istituto di Mineralogia, l’Alfano presentò i suoi titoli aspi¬ rando a tale posto.

Ma un giovane desiderava lo stesso posto; recatosi questi da Al¬ fano gli espose il suo desiderio: intendeva farsi strada per la sua car¬ riera; Alfano ritirò i suoi documenti, lasciando il posto libero ai gio¬ vane con parole incoraggianti. Lo stesso senso di carità lo spingeva ad istruire, illuminare le menti sia del pubblico mediante conferenze, sia degli elementi scelti ed affidati alla sua cura, ossia gli alunni del Seminario ai quali impartiva una nutrita cultura naturalistica per meglio inquadrare gli studi filosofici e costruire un substrato solido per gli studi della Medicina Pastorale.

Come conferenziere. Egli veniva a contatto con il pubblico desi¬ deroso di sapere ;>ed eccolo in più occasioni illuminare ed infocolare la Fede nel Miracolo del nostro glorioso Patrono e Martire Gennaro; poi dissertava sulle questioni tanto complesse e tendenziose delle teo¬ rie evoluzionistiche, sull’origine della nostra Terra in concordanza con ciò che la Sacra Scrittura dice, sull’abitabilità dei Mondi, sui ter¬ remoti,. ecc.

Svegliava così le coscienze e gli animi dal torpore che la vita quotidiana odierna apporta sia nei campi della scienza che della fede. Ebbe il dono, la capacità, di farsi capire da tutti, tanto serenamente esponeva il suo dire. Non solo ai giovani alunni del Seminario Egli insegnò, ma anche in altri tipi di scuola, come alle Magistrali Su¬ periori delle Figlie della Carità sia all’Arco Mirelli che al nobile Istituto di Materdei, coltivando in questi floridi istituti, quei teneri fiori che si aprono alla vita, blandendoli con la sua mano paterna, educandoli a quei sentimenti gentili che lo studio delle Scienze de-

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sta, seguendo in ciò lo via tracciata da Sioppani nell’insegnamenta della Natura come fonte di educazione.

L’Alfano ebbe a discepolo prediletto il Sac. Giuseppe Zirpolo che tenne poi l’insegnamento universitario come incaricato e libera docente. Fu anche alunno di Alfano, nelle classi ginnasiali e liceali, Giuseppe Imbò, ordinario di fisica terrestre nell’Università di Na¬ poli e Direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che da Alfano ha ere¬ ditato il culto per le forze della Natura.

Ebbe il piacere l’Alfano di entusiasmare diversi giovani alunni allo studio universitario delle Scienze fisiche e naturali. Numerosi sono gli alnnni di Alfano che nutriti alla sua scuola, nutrono gli al¬ tri, tramandando, quasi cursori, la fiaccola della scienza.

È una filiazione dello spirito che è più potente di quella del protoplasma, perchè veramente eterna. Il vedere splendere in tanti visi il proprio aspetto, il vedere accendere tante luci alla propria fiamma, il vedere i propri allievi vibrare in concordanza di fase e accrescere l’ampiezza dell’onda luminosa è la più bella soddisfazione che un maestro possa raccogliere.

Il 21 dicembre del 1951, si celebrò il cinquantesimo anniversario della sua Ordinazione Sacerdotale. Fu una commovente gara di af¬ fetto fra tutti gli amici, i discepoli, gli ammiratori. Il cardinale Asca- lesi, di felice memoria, volle onorare con la sua nobile presenza la cerimonia ed a me, pur secolare, si volle affidare l’incarico gradito di essere l’oratore ufficiale in quella solenne occasione. Come era raggiante e vispo il nostro Alfano tra i figliuoli del suo spirito; era ritornato gaio come un fanciullo, che tale era l’anima sua candida.

Le lezioni di Alfano si ascoltavano con interesse e piacere: gli argomenti che trattava avevano il sapore della novità: lo si ascoltava entusiasmati perchè Egli aveva il dono di rendere chiare le cose dif¬ ficili, perchè chiare le vedeva nella loro intima essenza avendo il dono di analizzare i complessi, intenderli e ammannirli agli ascol¬ tatori. Non esagero, dicendo che a sentirlo era un ristoro come all’as¬ setato lo è una limpida vena di acqua fresca saliente nell’arsura meri¬ diana: cc Quale per estum dulcis aquae saliente sitim estinguere rivo » (1).

Dotato di una bella intelligenza, di acuto spirito di osservazione, profondo attaccamento al sapere, grande potere assimilatore, acqui¬ stava una perfetta conoscenza di ciò che studiava, sicché vi era sempre

(1) Verg. Egi.

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in Lui quella che noi chiamiamo pienezza nella maturità della Scien¬ za in ogni singolo argomento trattato. Era, in una parola, completo.

Egli amava la Natura come tenera madre. Orbene la Natura, be¬ nevole sempre, apre a noi il suo grembo e rivela a noi i suoi segreti, quando la guardiamo con occhi desiderosi e buoni di bimbi; si chiude in davanti all’occhio torbido del superbo. Ella si manifesta a quelli che le si accostano con umiltà di cuore; ed Alfano era molto umile.

Egli aveva presente l’antico saggio ammonimento: « Quando ap¬ plicai l’anima mia ad apprendere la sapienza e a considerare l’affac¬ cendarsi che si fa sulla terra, senza chiudere gli occhi al sonno notte, nelle veglie per la ricerca, mi avvidi che di quanto Dio opera sotto il sole, l’uomo non può trovare la ragione; per quanto si affatichi l’uomo nel cercare, gran che non scopre; e quando anche il Savio dicesse di saper tale ragione, niente può scoprire, non la rin- traccerà di certo (1).

Alfano amò la sapienza fin dai primi anni; e questa che ama co¬ loro che l’amano (2) rivelò a Lui i suoi segreti. Si è compiuta così quel¬ la intima comunione che è fiorita e fruttificata nella multiforme poli¬ cromia delle opere dell’Alfano.

Tuttavia dopo avere esposto quanto ha scritto ed operato Alfano in circa cinquanta anni di lavoro, si resta meravigliati dalla diversità dei campi trattati, e potrebbe nascere il dubbio come mai un uomo abbia potuto pubblicare opere in settori così distanti senza che queste ne fossero rimaste inficiate.

Rispondo: in primo luogo l’Alfano è un naturalista nel senso più ampio della parola, il quale vuole soddisfare a tutte le esigenze dello Spirito, e mentre è naturalista sente che egli è sacerdote, e come tale si propone di non tradire la sua missione, mettendo al servizio della fede, al bene dello spirito del popolo, tutte le profonde cono¬ scenze scientifiche che egli ha.

Alfano conosceva, e conosceva sodo, le singole discipline che trat¬ tava. In Lui dobbiamo ammirare il continuatore di quella schiera di illustri scienziati sacerdoti : Lazzaro Spallanzani, Ignazio Sorrentino, Giuseppe Mecatti, Gaetano De Bottis, Teodoro Monticelli, Antonio Stoppani, Giuseppe Mercalli; tutti studiosi del nostro Vesuvio. In

(1) Et intellexi quod omnium operum Dei nullam possit homo invenire ra- tionem,